venerdì 1 febbraio 2013

Les Miserables - il film

 
 Puntavo questo film da un sacco di tempo e non ho resistito all'idea di andare alla sera della prima.
Ovviamente, avendo visto il musical, ci andavo con un sacco di aspettative e col sano terrore di trovarmene davanti una brutta copia. Ma non sono affatto stata delusa.
 Prima di tutto: mi è piaciuto? Sì. Mi è decisamente piaciuto. Specialmente perché mi sono emozionata anche solo a sentire le prime note prorompenti di Look Down con la spettacolare visione del cantiere navale, e provavo ancora la stessa emozione sulle ultime note di Do you hear the people sing.
Dato che ci sono un mucchio di cose che mi sono piaciute, andiamo subito a quelle che mi hanno lasciata perplessa.

- Javert e Valjean. Ora, prendiamo il discorso con le pinze. Quando duettano li ho trovati fantastici, ma presi singolarmente non brillavano. Vero anche che è tutto cantato dal vivo, quindi si è deliberatamente preferita la recitazione al canto: e quella c'è, sentita, sentimentale e viva, soprattutto in Valjean. Ma il pezzo da solista di Crowe mi è piaciuto più di quelli di Valjean. E Crowe non canta bene. È anche vero che pure nel musical originale io preferisco molto i pezzi corali, e sono poche le canzoni da solista che mi prendono davvero, eccetto I dreamed a dream e On my Own, e non vado matta per le parti di Valjean. Però mi aspettavo di più da Hugh Jackman, che ha una notevole esperienza di canto e di musical.
- Una scelta di regia che ho trovato strana: la telecamera fissa sul primo piano degli attori quando questi cantavano da solisti. Forse ha disturbato solo me, però da un musical trasformato in film mi aspetto quello che la performance su di un palco magari non può dare: scenografia, cambi di scena, effetti o riprese particolari... Invece, nei pezzi da solista, la telecamera resta immobile su un primissimo piano dell'attore dall'inizio alla fine. Mi è piaciuta molto I dreamed a dream a livello di voce, ma la ripresa statica mi ha smorzato un po' l'effetto, per quanto l'espressività di Anne Hataway fosse da spezzare il cuore.

("I dreamed a dream" versione musical cantata da Lea Salonga)
Ecco, in realtà sono solo queste due le osservazioni che mi viene da fare, perché per il resto è stato veramente uno spettacolo. Giusto per un appunto a parte: Javert sempre a camminare sui cornicioni. Questa non l'ho capita. Voleva essere un'allegoria della sua incrollabilità e del suo "camminare sul bordo", ma vedere Russel Crowe in piedi a caso sul cornicione di un palazzo -eccetto nella scena del ponte, dove aveva un senso- mi risultava più comico che simbolico.
Per il resto, godibilissimo. Splendidi e perfino eccessivi -ma a ragion veduta- i Thenardier, con Helena Bonham Cater più Mrs Lovett che mai, bravissimi in particolare i bambini, perché Cosette e Gavroche mi hanno veramente stupita per quanto erano bravi. Notevole Anne Hataway, brava pure Amanda Seyfried anche se, da cresciuta, Cosette fa poco altro se non la bambolina di porcellana seduta in un angolo. 
Ma soprattutto, una soddisfazione personale: Samantha Barks, la stessa Eponine del musical, che io adoro e che si è fatta decisamente valere!
(On my Own - Samantha Barks)
In totale, forse due ore e quaranta possono essere un po' lunghe da guardare e molti pezzi riservati a canzoni lente possono fare calare l'attenzione, ma non importa, perché tutto il film vale decisamente la pena. Vale la pena soffermarsi sui pezzi più "soft" per poi mettersi a cantare Master of the house, One Day More e naturalmente Do you hear the people sing, che dopo ieri sera io sicuramente non smetterò di canticchiare per un bel pezzo!
(One Day More cantata dal cast del film)

venerdì 30 novembre 2012

Del perché apprezzare Anne Rice

Post di un momento di buon umore, da leggere con simpatia, e fondato su basi strettamente NON collaudate. ^.^


Intanto perché è una nonnina arzilla e matta come un cavallo sotto steroidi.

Perché ha scritto sempre un sacco, continuamente e di qualsiasi cosa: non importa se di buona o di brutta qualità. (compreso qualche bel pornazzo come The Sleeping Beauty Trilogy sulla cui qualità non posso garantire non avendolo mai letto, ma che adesso a distanza di anni dalla prima pubblicazione sta avendo un'impennata di ristampe grazie al famigerato 50 Shades of Grey)

Perché ama le serie tivù, parla dei suoi personaggi come se fossero reali, ed è la tipica gattara che posta le foto e i video dei suoi gatti su facebook.

Perché, oltre a postare foto dei gatti, disquisisce sempre -e stavolta molto seriamente- di politica, teologia e archeologia.

Perché deve avere preso una botta in testa ed è stata per lungo tempo una cattolica di quelle invasate, ma poi ne ha presa un'altra ed è rinsavita.

Perché ha scritto di vampiri (e di molto altro) come nessuno aveva mai fatto prima, perché ha usato la scusa del sovrannaturale per parlare della "vita, l'universo, e tutto quanto" (e scusate se è poco) e perché è certo che abbia lasciato una traccia, poiché l'archetipo del vampiro "bello e tenebroso" lo dobbiamo a lei.
(Se sia questo un male o un bene, ai posteri l'ardua sentenza. Per me è un bene.)

Perché quando è tornata per breve tempo a New Orleans, si è chiesta se poteva restare lì guadagnandosi da vivere ballando il tip tap in strada, o mettere un banchetto in Jackson Square vendendo consigli letterari a un dollaro l'uno. (Quel che si dice spirito imprenditoriale.)

Perché dà sempre buoni consigli sullo scrivere, gratuitamente.

Perché, qualunque cosa le dicano, niente la ferma. Che la critichino o la lodino, lei continua a scrivere quello che vuole come vuole, che sia bello o brutto, che piaccia o non piaccia.
Perché posta senza alcuna discriminazione recensioni entusiaste e recensioni disgustate (e ci vuole un certo fegato), perché quando le arriva una critica pesante scrolla le spalle e fa "Oh, well." e poi continua a fare quello che le pare.
Dalla "mamma" di Lestat, del resto, non mi aspettavo niente di meno. 

martedì 6 novembre 2012

In poche parole

 

Il lavoro di "sforbiciamento" del primo capitolo si sta rivelando più complicato del previsto.
Da una parte è liberatorio selezionare intere porzioni di testo e poter dire: "È scritto male! Taglia!" prima di giustiziare il tutto con un click... dall'altra, il pensiero di dover riforgiare tutto mi lascia un po' disorientata.

Intanto, mi sono messa a pensare a come ci sembrerebbero le trame dei libri più famosi se qualcuno dovesse spiegarci la trama in poche parole, o addirittura in una sola frase. La trama da sola, l'idea di fondo, può bastare per attirarci? Forse sì. Spesso sono le trame più apparentemente "semplici" quelle che funzionano davvero.


Le nobili casate di un regno si fanno guerra per conquistare il trono, mentre dal nord arrivano mostri nati dal ghiaccio.
(Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - George R.R. Martin)

Un giovane del 1700 diventa un vampiro.
(The Vampire Lestat - Anne Rice)

Un gruppo di avventurieri di razze diverse attraversa una terra ostile per distruggere un anello magico.
(Il Signore degli Anelli - Tolkien)

Un bambino scopre di essere un mago e inizia a frequentare una scuola di magia.
(Harry Potter - J.K. Rowling)

Una giovane donna vittoriana non si comporta come la società si aspetta da lei.
(Orgoglio e Pregiudizio - Jane Austen)

Uno scrittore viene tenuto prigioniero dalla sua più grande fan.
(Misery - Stephen King)

Una ragazza nell'Irlanda medioevale deve spezzare l'incantesimo che ha trasformato i suoi sei fratelli in cigni.
(La Figlia della Foresta - Juliet Marillier)

domenica 2 settembre 2012

A tu per tu con Libro

Allora.
Libro.
Mounsier le Terzo Libro, e tutti voi personaggi che lo popolate, mi sa che è ora che facciamo una seria chiacchierata.
Il punto è che dobbiamo assolutamente fare qualcosa per lavorare sul nostro rapporto, altrimenti come al solito non concluderemo nulla. Il punto è che ho bisogno di voi, e non è carino mollarmi a piedi ad ogni pagina, ogni volta che cerco di buttare giù una scaletta o il punto della situazione, ogni volta che mi chiedo quale strada farvi prendere.
È inutile fare i difficili e ribellarsi, o fare gli offesi quando il mio interesse per voi cala, o fare i gelosi quando vedete presentarsi alla porta i protagonisti di altri progetti, magari meno rodati, ma più vivi e interessanti. È inutile fare il broncio e tirare fuori la scusa del "c'eravamo prima noi". Voi qui "ci siete prima" da un sacco di tempo. Da un sacco di anni. E i nuovi personaggi e le nuove idee magari adesso avrebbero voglia anche loro di proporsi, ed è giusto che io dia un'occasione anche a loro.
Il punto è, signor Terzo Libro, che io voglio finirti: perché ti voglio bene e ne voglio ai tuoi personaggi. Sì, non ho mai smesso, per quante volte abbia distolto l'attenzione o perso la speranza. Credo ancora in questa storia, sebbene io per prima le trovi un mucchio difetti. Credo nei suoi lati positivi. E credo che mi piaccia scriverla.
Il fatto è che voi, adesso, mi dovete dare una mano. Mi avete fatta tirare avanti per anni, vi siete rivoltati come calzini sotto i miei occhi, avete fatto cose che neanche pensavo doveste fare e mi avete quasi fatta impazzire col vostro trascinarvi svogliatamente per un paragrafo per poi partire a tutta birra per capitoli e capitoli, funzionando e sfavillando come mai avevate fatto prima, facendomi esaltare come un'invasata che non riusciva a credere che scrivere potesse essere così bello a volte.
Per questo motivo, adesso non è che potete continuare a fare le primedonne, funzionando se e quando volete voi. Volete accompagnarmi fino alla fine di questa storia?
Allora fatelo: facciamolo insieme, e vediamo di farlo bene. La mia non è fretta di finire: voglio divertirmi a scrivere questa storia, voglio che mi piaccia.
Al momento non mi importa più neanche dei miei dubbi, della mia convinzione che non sarà comunque pubblicabile. Ho capito che scrivere è più importante di pubblicare. Con un po' di tristezza, perché non c'è scrittore che non voglia assaggiare almeno una volta almeno una fettina della torta del successo, però la cosa più importante è scrivere, e io forse non riuscirò a credere del tutto in questa storia finché non avrò i tre libri finiti.
Perché vi siete rifatti vivi, se non per concludere degnamente questa cosa? Preferivate che lasciassi la storia così com'era? Infantile, illogica, impubblicabile, ma finita? Vi ho già dato una seconda chance: vi ho dato tutte le chance che potevo darvi, perché credo in voi. E perché mi piace scrivere.
Adesso però è ora di tornare in riga. Quindi, se volete aiutarmi a finire e a finire bene, tornate tutti qui e datemi una mano.

mercoledì 1 agosto 2012

In pillole.

"On writing, my advice is the same to all. If you want to be a writer, write. Write and write and write. If you stop, start again. Save everything that you write. If you feel blocked, write through it until you feel your creative juices flowing again. Write. Writing is what makes a writer, nothing more and nothing less. --- Ignore critics. Critics are a dime a dozen. Anybody can be a critic. Writers are priceless. ---- Go where the pleasure is in your writing. Go where the pain is. Write the book you would like to read. Write the book you have been trying to find but have not found. But write. And remember, there are no rules for our profession. Ignore rules. Ignore what I say here if it doesn't help you. Do it your own way.
--- Every writer knows fear and discouragement. Just write. --- The world is crying for new writing. It is crying for fresh and original voices and new characters and new stories. If you won't write the classics of tomorrow, well, we will not have any. Good luck."


(Anne Rice) 
Fonte: http://www.annerice.com/Chamber-OnWriting.html


Non posso che trovarmi d'accordo, dato che l'ho sperimentato più volte di persona.
In quanto all'ignorare le critiche, non va presa alla lettera ma è vero anche questo. È il principio del "impara l'arte e mettila da parte". O quello di imparare tutte le regole, in modo da poterle infrangere nel modo giusto.  O, in parole povere, tieni presente tutte le regole, ma prima di tutto e soprattutto, scrivi.
 

mercoledì 4 luglio 2012

Merrick la strega


Ho aggiunto un'altra tacca al mio personale elenco di letture delle Vampire Chronicles, e stavolta si tratta di Merrick la strega. Ora, gli ultimi episodi -ma forse è meglio definirli spin-off- delle VC non mi erano piaciuti molto: Armand il vampiro ha delle serie cadute di stile, mentre Pandora, per quanto accurato, era semplicemente noioso, incentrato per i tre quarti sul contesto storico e per l'ultimo quarto sul lato vampiresco. E ora Merrick. Cosa si può dire?
Mah, io l'ho definito scherzosamente un motore diesel. Ingrana molto lentamente, finalmente parte con decisione, ma non fai in tempo a sentir cantare il motore che sei già arrivato a destinazione. Insomma, a caldo non è tanto male. Però ormai ho capito che niente eguaglierà la vitalità e la meraviglia di Scelti dalle tenebre e La regina dei dannati. La storia non è altro che un lunghissimo flashback per presentarci il nuovo personaggio di Merrick attraverso gli occhi di David Talbot, ed è autoconclusiva nel senso più stretto del termine. Tre quarti di libro per raccontare il passato, e poi le azioni cruciali si svolgono in fretta nell'ultimo pezzo.
Ho sofferto del ruolo marginale dei nostri beniamini: Lestat messo da parte a fare il bell'addormentato, i vampiri più antichi che neanche si fanno vedere, mentre l'unico finalmente un pochino rivalutato è Louis, che però resta comunque da parte perché la narrazione in prima persona è riservata a David. Ho dovuto arrendermi al lungo flashback sulle origini di Merrick, sopportando molte pagine in cui si tergiversa, prima che la storia cominciasse a diventare interessante.
Ho apprezzato il ritorno del Talamasca, e un dettaglio che è frequentissimo nei libri della Rice: quello che io chiamo lo "spaccato di vita". Ogni tanto lei accelera la normale narrazione per fare un racconto "a volo d'uccello" (o a salto mortale carpiato) sulla vita di uno dei suoi personaggi, e riesce a dare una carica frenetica e un'emozione a queste descrizioni che io ho sempre apprezzato tantissimo. Lo fa con Lestat e Nicki a Parigi, lo fa con Jessica, lo fa con Armand e Daniel. E ora lo fa con Merrick, e la sua vita nel Talamasca. Quello è stato uno dei pezzi che mi è proprio piaciuto. Una cosa che contraddistingue i personaggi della Rice, spesso, è proprio il racconto di una vita frenetica, eccitante ed emozionante (molto più di quella dei lettori... ecco perché mi piacciono tanto, sigh.) guidata da una curiosità insaziabile. E, mi permetto di aggiungere, da un sacco di soldi. Quasi tutti i personaggi di Anne Rice, uomini e vampiri, prima o poi hanno il grande lusso di potersi permettere tutto, economicamente parlando. Così che la vita e la crescita di Merrick come protetta del Talamasca è eccitante e piena di scoperte come quella di Jesse, altro personaggio che avrei tanto voluto vedere tornare in scena... e che mi piace più di Merrick.
Però tutto questo non basta: le scoperte e le rivelazioni del flashback restano piuttosto tiepide, e il presente è un lungo tira e molla su quanto sia meravigliosa questa Merrick. I dialoghi tra Louis e David non sono male, però continua a mancare qualcosa. (inutile che specifichi cosa, anzi, chi...)
Gli ultimi capitoli prendono e incalzano di più, e il finale è toccante e interessante, però ho avuto la sensazione che quello di David fosse il punto di vista meno adatto: cose come la trasformazione di Merrick accadono fuori scena, e anche il salvataggio di Louis è visto dall'esterno e con poco coinvolgimento emotivo.
Sarebbe stato interessante sapere cosa avrebbero avuto da dirsi Louis e Lestat dopo che il primo aveva evocato Claudia e tentato di uccidersi al sole, e il secondo si era risvegliato dopo anni di letargo. Ma anche quello, fuoriscena non pervenuto ai lettori.
Insomma, carino, con alcuni dettagli interessanti, scritto meglio di Armand o Pandora, ma non aggiunge né toglie nulla alle Vampire Chronicles. Credo che la Rice abbia messo da parte Lestat con la storia di Memnoch perché ormai non sapeva "dove mettere" il suo stesso personaggio per farlo stare buono e permetterle di inserire gli spin-off sui comprimari. 
Però, tristemente, qualcosa si è perso nei suoi ultimi libri sui vampiri. Io ho visto sparire quasi del tutto quell'ironia, energia e freschezza che rendono così speciali il secondo e il terzo libro. Pur trattando di cose meno scabrose, per assurdo, sono più cupi e malinconici che mai. Piatti, quasi. È anche per questo che ancora non mi va di leggere il quinto libro, Memnoch: non mi ispira per niente, e sembra essere proprio il punto di rottura con lo stile che tanto amavo. E poi, come dicevo anche leggendo Armand che è imbevuto di teologia spicciola fino all'esasperazione, a me non importa di Dio e del Diavolo. Di teologia ce n'è già abbastanza negli altri libri: preferisco le teorie e le domande irrisolte; non voglio leggere di Lestat che vede il paradiso e l'inferno. Mi piacciono molto di più le avventure notturne di un comune vampiro settecentesco, o di uno metropolitano, senza bisogno di impegolarsi con le "alte sfere" o la storia della creazione. Non è questo che cerco in un libro.

Per questo penso di avere finito con le Vampire Chronicles, a meno che un giorno non mi venga la malaugurata idea di leggere anche Memnoch, ma temo che sarebbe un'altra delusione. Posso continuare a rileggere la prima trilogia -ma anche Il ladro di corpi non è male- e per me Scelti dalle tenebre resterà sempre il miglior lavoro delle VC.