Visualizzazione post con etichetta vampire chronicles. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vampire chronicles. Mostra tutti i post

venerdì 30 settembre 2016

PRINCE LESTAT (Ovvero: “Ci può essere una sola Regina.”)



"Il Principe Lestat" uscì ben due anni fa, nell'ottobre del 2014.
Si proponeva come il grande ritorno sul panorama letterario di una saga storica che si era chiusa anni prima: Le Cronache dei Vampiri. Schiere di lettori fra la speranza e la paura. Lo comprai allora, lo lessi, lo richiusi, scavai una fossa bella profonda per le mie piccole speranze e da allora non ne feci più parola.
Ma ora, fresca di rilettura, credo di essere pronta a fare "la Recensione Che Non Serve Più", ovvero a ricollegare tutti i fili e cercare di capire cosa, cosa, COSA a mio personalissimo e parziale parere non ha assolutamente funzionato.

E poi hanno appena pubblicato "Harry Potter e la maledizione dell'erede". Insomma, è bello sapere che può sempre andare peggio!




(Io vi avverto: SPOILER come se piovessero.)


Sono tre stelline su cinque, su aNobii, ma solo perché non posso dare due stelle o meno ad un libro oggettivamente ben scritto. Premetto che adoro Anne Rice, il suo stile, le sue Cronache (delle quali però ritengo essere davvero valida solo la trilogia originale), quindi è molto doloroso recensire negativamente un libro che ho letto comunque sotto l’influenza di tutta l’ammirazione che ho per una scrittrice del suo calibro. Sono i contenuti, qui, ad essere davvero carenti.

In realtà il libro parte piuttosto bene. Non è male vedere come se la cavano i vampiri passati gli anni 2000, ed è veramente interessante pensare come le comunità soprannaturali possano sperimentare una crisi a causa dell’avvento della tecnologia moderna.
Ma. Le note dolenti arrivano prestissimo.
Con la figura di Fareed, il medico vampiro, arriva quello che non bisognerebbe mai fare: il tentativo di spiegare il soprannaturale.
Faccio il paragone con La Regina dei Dannati perché i due libri hanno molto in comune: stessa struttura, stesso svolgimento, ma uno funziona e l’altro no. Nel terzo libro delle Cronache la genesi dei vampiri veniva effettivamente spiegata, ma si rimaneva nel mondo dello spirituale e dell’inconoscibile. Qui invece tutta la magia e l’aura di misticismo si incrina e cigola sotto tentativi di spiegazioni scientifiche basate su cellule e molecole che, anche se possono essere ingegnose, a parer mio rovinano lo spirito del libro. (Con le parole: “Non siamo morti, siamo organismi vivissimi” Fareed rovina l’intero spirito di una saga) I vampiri della Rice rimangono troppo romantici per avventurarsi nel mondo delle prove empiriche.
E poi, nessuno vuole la spiegazione scientifica al vampirismo. Vogliamo i morsi e i banchetti di sangue, grazie.
Gli esami ed esperimenti a cui Lestat si sottopone sfiorano il ridicolo, compreso quello ingegnosamente progettato per fargli provare di nuovo il sesso come umano, ma su quello tornerò più tardi. Infelicissima la frase “Avrei potuto scrivere un saggio di 500 pagine su come mi gettai su quella giovane donna...” E allora descrivi, di grazia, che io per questo malloppo di libro ho pagato.
Inoltre, certe battute a beneficio della “modernità” sono solo imbarazzanti, come Lestat che cita Mel Brooks. Ma, dopo un inizio che tutto sommato ingrana, con la crescente minaccia di un pericolo comune misterioso e incalzante, proprio come era Akasha... tutto comincia a rallentare.

La storia dell’umana Rose intrattiene, come hanno sempre fatto le storie degli umani che per caso o per destino incrociano il cammino dei vampiri. Mi è sembrata quasi una sostituta per Claudia, una nuova figlia adottiva di Lestat. Non mi dispiaceva il suo carattere, ma purtroppo finisce per diventare una delle ragazze indifese, angelicate e prive di spessore che un po’ troppe volte si incontrano all’interno delle Cronache.
Il suo flashback si conclude purtroppo con la rivelazione della Grande Boiata che permea questo libro.
Il figlio di Lestat.


 (E uno pensa: avrà una sua utilità? No, per tutto il libro è inutile e torna buono solo come ostaggio. Ma magari sarà l’unico lascito umano di Lestat, l’unico erede mortale che... No. Vampirizzato entro la fine del libro.)

Mentre ancora ci si asciuga le lacrime, si passa alle storie di un mucchio di personaggi nuovi. Storie piuttosto interessanti ma, come ho detto, sono un mucchio. Troppi nomi, troppe storie che non spiccano, e stavolta (al contrario de La Regina dei Dannati) le situazioni non sono mai abbastanza pregnanti.
Non si sente il pericolo incalzante, non si ha la sensazione che ogni capitolo sia un pezzo di puzzle che va al suo posto. Metà della Regina era occupato dalla storia delle gemelle, ma quella storia era fondamentale per i vampiri riuniti ad ascoltarla, così come per il lettore.
Qui si affoga lentamente fra i nomi e i fatti. La narrazione procede lenta e leziosa. Spiccano i pochi momenti di vera azione e pericolo, ma invece per il resto tutti i nuovi personaggi sono così tranquilli, pacati, educati e pieni di sussiego da dare sui nervi. Sembrano troppo occupati a fare le presentazioni fra loro piuttosto che a fare avanzare la trama in una direzione qualsiasi.
I vampiri della Rice erano sempre eccessivi, nel bene e nel male, ma erano dominati da emozioni fortissime che potevano distruggere o salvare. Armand era uno psicopatico. Il rapporto fra Lestat, Louis e Claudia ha quasi portato tutti e tre alla morte. Quei vampiri si erano fatti a vicenda cose inenarrabili, e alla fine, a distanza di secoli, si sforzavano di andare d’accordo nonostante il baratro rimasto fra di loro.

Qui invece sono tutti sedati. Tutti beneducati e vestiti benissimo, cosa che viene ribadita fino allo sfinimento. (Ho perso il conto di quante volte ho letto le parole lana pettinata e capelli curatissimi: per favore, per una volta vorrei un vampiro buzzurro.)
 La cosa più insopportabile è che sembra che la Rice abbia avuto intenzione di riabilitare e ripulire tutti i suoi vecchi personaggi. C’è un tripudio di secondari che ritornano, ma non fanno altro che un breve cameo: è bello rivedere alcuni (come Eleni o Alessandra), curioso ricevere rivelazioni inaspettate su altri dati per morti (il creatore di Marius), mentre altri... Beh, il fatto rilevante sembra essere ancora una volta che tutti ritornano in splendida forma e aspetto meraviglioso: sembra che adesso non sia più permesso essere brutti o inquietanti.
Perfino Magnus (Magnus. MAGNUS!), il vampiro creatore di Lestat, ritorna come fantasma. E, siccome i fantasmi a quanto pare possono scegliere il loro aspetto, il suo è ovviamente bellissimo e fascinoso. Un educato e splendido gentiluomo di mezza età senza altro scopo se non di fare il proprio cameo.
No, Cristo! Ridateci il vecchio gobbo pazzo! (anzi, lasciate le sue ceneri al vento, dove dovrebbero restare!)
Una volta la narrazione era piena di significato e poesia. Ora la cosa più importante sembra essere ribadire in ogni capitolo di che marca siano i vestiti firmati dei protagonisti.
Poi: so che i libri sono parte integrante del mondo dei vampiri, ma più di una volta nella storia vengono prese in esame le Cronache e sembra sempre che la Rice si stia facendo i complimenti da sola.

Tutto il libro è un lungo percorso per radunare i personaggi in un solo luogo. E ci mettono un’eternità. Senza urgenza, senza coinvolgimento, senza panico, senza pathos: sono tutti così tranquilli e rassegnati che ti chiedi perché dovresti essere tu a preoccuparti. Gli unici pezzi in cui davvero si teme per i nostri beniamini sono durante i colloqui con Jesse e David, quando si viene a sapere della condizione critica delle due gemelle millenarie, Mekare e Maharet.
Poi di colpo accade il peggio con la violentissima morte di Maharet che nessuno voleva vedere finire così.
Comunque, i vampiri hanno davvero troppa fiducia che Lestat possa essere la soluzione. Non hanno mai avuto fiducia in lui, e facevano bene. Lestat è quello che i casini li crea, non li risolve. Funziona l’idea di lui come figura carismatica e famosa attorno a cui la comunità dei vampiri si radunerebbe, ma siamo seri, qualcuno gli affiderebbe potere decisionale su qualcosa? Qualsiasi cosa?



È un eccesso di amore, un’ode a Lestat più sperticata ed ingiustificata che mai. Amavo Lestat per il fatto di non essere un leader. Era fantastico per il suo modo di tirarsi addosso l’amore ma anche l’odio di tutti gli altri: ora tutti lo osannano come la più banale delle Mary Sue. Non c’è più traccia della sua complessità, il suo spirito d’azzardo e il suo essere controverso. Ora, almeno agli occhi di tutti coloro che popolano il libro, non può essere altro che perfetto.

Inoltre, a me dispiace moltissimo come viene trattata Mekare. Questa è solo una mia opinione, ma il mistero che la circondava, il fatto che fosse una creatura muta e selvatica, le aveva sempre dato un’aura di fascino mistico. Lei era l’unica che potesse prendere dentro di sé lo spirito Amel e diventare la sola, degna regina dei dannati.
Invece il libro sostiene la teoria che Mekare sia ridotta a nient’altro che una creatura in stato quasi vegetativo con solo brevi guizzi di intelligenza, e sfata completamente il mito, la declassa, la relega a rumore di fondo.
Ammetto che è una scelta comunque interessante, può piacere o no. Per me non ha fatto altro che aumentare la sensazione che tutti i personaggi, anche i più potenti e mistici, stessero perdendo il loro status in favore di Lestat.

Amel si è risvegliato e sta soffrendo all’interno del corpo privo di raziocinio di Mekare. Viene da chiedersi allora che cosa provasse durante i millenni di immobilità dentro il corpo di Akasha ridotta ad una statua.
Il problema è che l’unica reazione a questa minaccia sono chiacchiere. Anche quando finalmente i vampiri si radunano, non si fa altro che fare un lunghissimo punto della situazione. I bevitori di sangue sono soltanto nomi radunati attorno ad un tavolo, e poco altro. Fra applausi, grida di giubilo e fuochi d’artificio riappare anche Gabrielle, che probabilmente insieme alla nuova vampira Sevraine sarebbe già pronta per conquistare il mondo e lascia intendere un passato di avventure incredibili, ma di tutto questo non verrà parlato.
Mi piace la svolta sanguinosa che prendono gli eventi quando è (FINALMENTE) il momento di affrontare il nemico faccia a faccia, ma tutto quello che riesco a pensare alla fine dell’azione è: così facile? C’era veramente bisogno di 400 pagine? I due vampiri antichi che ricoprono il ruolo degli antagonisti sono talmente riluttanti e si fanno fregare così facilmente da essere imbarazzanti.
Come nella peggiore delle tradizioni, le scene più belle accadono fuori scena. Avrei voluto assistere al momento del risveglio di Mekare invece di sentirla raccontare per telefono. Quello sì che avrebbe allungato almeno un po’ una scena di climax penosamente breve, invece la tensione dura appena mezzo capitolo, per lasciare il posto a...? Ulteriori capitoli di assestamento!
Parentesi: alcune scene finali come quella dell’apparizione di Amel nello specchio o di Mekare che raggiunge Lestat sono veramente belle. Sono le conseguenze a lasciare profondamente perplessi.
Ma andiamo con ordine, sui punti più controversi del libro.

Lestat e Viktor
Viktor, spiace dirlo, ma è inutile. Il suo concepimento è forzato e ridicolo. Ai fini della trama serve come ostaggio, ma per quello, narrativamente parlando, sarebbe bastata Rose. Anzi, lei sarebbe stata una scelta migliore. Lestat non ha un rapporto con Viktor: un personaggio meno emotivo avrebbe anche potuto non provare nulla per lui, un figlio che non ha mai visto e con cui non ha alcun legame se non quello biologico. Ma no, ovviamente Lestat non può che amare con tutto il cuore questo figlio (...clone?) spuntato dal nulla, che alla trama non aggiunge nulla.

Pessime decisioni, volume 1: Viktor e Rose
Ormai è prassi venire trasformati in vampiri senza passare dal via.
Viktor è cresciuto fra soprannaturali, con Rose ci hanno provato a tenerla lontana, ma ci è finita dentro. Inevitabile il parallelo con la storia di Jesse Reeves, se non fosse che Jesse era un personaggio completo, mentre Rose è una macchietta.
Siamo davvero sicuri che l’idea migliore sia trasformare una coppia di ventenni sani che sanno a malapena che cosa stanno chiedendo? L’ipotesi di non farlo, di risparmiarli e lasciare che vivano la vita normale che dicono di non volere viene solo sfiorata e poi accantonata: no, no, molto meglio trasformare questi giovani traumatizzati prima di subito, a neanche ventiquattro ore dal loro incontro con Lestat.
Idea buona quanto quella di trasformare Benji a suo tempo: un dodicenne, e quindi un altro bambino vampiro, quando abbiamo già visto tutti le conseguenze su Claudia. Non importa se questo marmocchio riesce a farsi passare per adulto: resta quello che è. Un dodicenne vampiro.

Pessime decisioni, volume 2: C’è una sola Regina dei dannati, e il suo nome è Lestat
Era l’unico modo in cui potevano andare a finire le cose. Il titolo è già in sé uno spoiler bello grosso. Ma spiegatemi perché tutti dovrebbero acclamarla come una buona idea.
Il momento del passaggio di testimone di Mekare è macabro e molto d’impatto, ma (a parte che non sapremo mai se Mekare agisse di sua volontà o spinta da Amel...) per gli altri vampiri sarebbe il momento di tremare sul serio. Amel ha trovato il suo nuovo ospite e, oh mio Dio, non poteva sceglierne uno più controverso e incontrollabile. Molti dei vampiri potrebbero avere da ridire, schierarsi con Lestat o contro di lui. Insomma, ci sarebbe terreno fertile per un buon calderone di conflitti.
No. Tutti approvano. Il principe è stato scelto, evviva il principe.
Ma certo, perché se c’è un vampiro che non ha mai fatto scelte discutibili, completamente folli, pericolose e autodistruttive quello è Lestat, vero? A parer mio, Lestat è il primo candidato a cadere in preda alla follia con la prospettiva della voce di Amel nella sua mente in eterno! Ma a quanto pare non sarà così, anzi, si rivela invece la soluzione ad ogni male perché in questo modo né lui né Amel saranno mai più soli.
Sarà, ma io avrei davvero paura di un vampiro come Lestat con Amel nella testa. Ma nessuno (o pochi?) dei personaggi sembra condividere il timore.

La conclusione, dopo attimi di tensione troppo brevi, è prolissa e noiosa in modo quasi doloroso. Altri interminabili discorsi. Altri tributi di devozione al nostro perfetto vampiro. Altra politica e salamelecchi.
Una cosa apprezzabile: l’ultimo capitolo dedicato a Louis che in qualche modo chiude il cerchio. Ma non basta a superare la delusione e la sensazione che alcuni vampiri avrebbero dovuto restare nelle loro bare, intatti, nello splendore degli anni ’80.

Tutto il libro non sembra altro che una preparazione per un nuovo ordine, con quei personaggi nuovi schierati ma non ancora utilizzati, forse in attesa del prossimo episodio.
A proposito, abbiamo già il titolo. In origine doveva essere Blood Paradise, ma ora sta per uscire sotto il titolo di Prince Lestat and The Realm of Atlantis.
...
Non ce la faccio.

 (http://sheepskeleton.tumblr.com/)


 E adesso, per ricordare insieme i bei tempi!

mercoledì 17 settembre 2014

Lost in Translation


La pagina ufficiale è quasi esplosa quando è stato dato l'annuncio: 28 ottobre, è la data di uscita di Prince Lestat. Sì, quel Lestat. È in arrivo dopo più di dieci anni il nuovo libro delle Cronache dei Vampiri.
Una notizia fantastica, sicuramente: peccato che, appartenendo al pubblico italiano, mi sa che a noi toccherà una lunga attesa. Solo per dirne una: Blood Canticle, l'ultimo libro delle Cronache, era uscito nel 2003. Quando è arrivato in Italia? 2010. Ahia.
Anche solo dal 2012 ad oggi, Anne Rice ha già scritto e pubblicato non uno ma ben due nuovi libri "di genere", rispettivamente The Wolf Gift e il seguito, The Wolves of Midwinter, di una nuova serie dedicata ai lupi mannari. E, non per dire, sarà anche passata l'onda dirompente ma l'urban fantasy va ancora abbastanza di moda, e la Rice non è certo l'ultima arrivata sul campo.
Eppure sono già passati due anni e ancora non se ne vede traccia sulle librerie italiane, e non so se ne vedremo a breve. Ho dovuto approfittare di una vacanza a Londra per procurarmi The Wolf Gift in lingua originale, ma se ci fosse stato in italiano lo avrei comprato volentieri. 
Che cosa invece è stato tradotto, di recente, della Rice? La trilogia erotica di Sleeping Beauty, annata 1983.
Scritta un sacco di tempo fa, già arrivata in italiano, eppure ora disponibile in tutte le librerie, presentata come novità assoluta, tradotta, in nuova edizione, con nuove copertine patinatissime e nuovi titoli che naturalmente c'entrano poco con la storia e non dicono granché, tali Risveglio, Abbandono ed Estasi
Grazie tante, E.L. James e le sue cinquanta sfumature.
È solo un altro indicatore di come l'editoria italiana -ma non solo quella, temo- importi e traduca soltanto quello che va di moda nell'immediato, snobbando perfino le novità di un'autrice famosa? Ciò che posso augurarmi è di avere una traduzione di Prince Lestat prima di dieci anni, o anche di due. Altrimenti? Altrimenti me lo prenderò in inglese, ovvio.

mercoledì 25 giugno 2014

Memnoch il Diavolo. O "Ma c'era davvero bisogno di Lestat? No."

Dove avevamo lasciato Lestat l'ultima volta?
A "Il ladro di corpi", annata 1992: ambientazione Miami (e successivamente l'intramontabile New Orleans) del 1990, Lestat scambia il suo corpo di vampiro con quello di un umano dotato di poteri psichici. In questa storia, quanto è importante che Lestat sia quello che è, ovvero un vampiro? Fondamentale, direi, poiché tutta la storia ruota sulla perdita della sua condizione di soprannaturale, molti dei suoi ricordi della vita umana passata, e tutto quello che ne deriva.
E ora, Memnoch. Il quinto libro che, fino a poco tempo fa, non volevo leggere.

http://carrieslager.files.wordpress.com/2012/05/memnoch-the-devil-by-anne-rice.jpg

Lestat è a New York, insieme a David. Permettetemi di aprire una minuscola parentesi polemica e invitarvi tutti ad unirvi al comitato "scusate ma non ce ne frega niente di David Talbot". Il suo punto di vista era ciò che rendeva "Merrick" un libro noioso. Fine parentesi. 
Lestat è lì, fa cose da vampiro, vive da vampiro ed è ancora incline alle chiacchiere e ai voli pindarici che ce l'hanno fatto amare o odiare fin dal primo libro: da mesi sta pedinando la sua prossima vittima, ovvero Roger, un gangster che colleziona oggetti d'arte e che ama al di sopra di ogni cosa l'unica figlia, Dora. Lestat è letteralmente ossessionato da loro due, nella sua masochistica abitudine da vampiro che lo fa incaponire per mesi e mesi su di una vittima sola, ubriacandosi di tutte le sfaccettature che può avere un'anima interessante, prima di farsene una scorpacciata.
Nel frattempo, qualcosa non va: Lestat confessa a David di sentirsi da tempo perseguitato da qualcosa di soprannaturale.
Per riassumere, alla fine Lestat si prende la sua vittima, ma inaspettatamente Roger si manifesta sottoforma di fantasma per parlare con lui e -in un lungo capitolo in cui ancora una volta un personaggio secondario ti racconta più o meno tutta la sua vita- pregarlo di proteggere sua figlia. E Lestat lo fa: la raggiunge e si rivela a lei. Ma nel frattempo i suoi piani sono sconvolti nientemeno che dal Diavolo in persona: era la sua presenza quella che il nostro vampiro metropolitano sentiva. E il Diavolo, essendo il diavolo, gli fa un'offerta: venire con lui e sapere tutto sulla creazione, l'inferno e il paradiso, e fare una scelta.

Il libro parte piuttosto bene. Molto bene, specie per me che ero prevenuta fin dall'inizio.
Abbiamo di nuovo il nostro Lestat troppo favoloso per essere vero e troppo ben vestito per essere anche etero. Ma ci piace tanto perché nel giro di qualche capitolo lo vediamo impegnato nello "smaltimento dei rifiuti" che comprende tagliare testa e mani al cadavere della sua ultima vittima e sbarazzarsene separatamente. Gioia e tripudio! Peccato che si senta molto la mancanza dei comprimari: David c'è (l'ho già detto "a nessuno frega di David Talbot?"...), compare perfino Armand, ma la sua resta semplicemente una comparsata. Tutti quanti riappaiono in massa soltanto nel finale e con una certa confusione e noncuranza, ma è una consolazione ben magra in confronto alla quantità di personaggi che venivano presentati, mostrati, conosciuti ed usati nella trilogia originale. Cosa più triste di tutte, di libro in libro Louis sparisce sempre più all'orizzonte. Oh, dai, andiamo. Dopo averla tirata così in lungo? Dopo che la Rice è riuscita addirittura a canonizzare la sua coppia d'oro e a farmela pure piacere? Sono un po' delusa, lo ammetto.

Il brutto è che in realtà Lestat non c'è. Apre solo le danze e, una volta arrivato Memnoch, lui non è lì, non serve, fa l'effetto di Jack Sparrow catapultato dentro l'ennesimo sequel, e pare anche un po' imbarazzato per essere stato preso in causa.
Il punto è che la storia della creazione e della religione raccontata da Memnoch ha il suo fascino, ma non ha niente a che fare con le Vampire Chronicles. Lestat non c'entra un bel niente in tutto ciò, tanto che al pari del lettore se ne starà zitto ad ascoltare per metà del libro. Non importa neppure che lui sia un vampiro, non importa che sia se stesso, ed è questa la cosa più triste. Potrebbe essere Harry Potter come D'Artagnan, e la storia non cambierebbe.
In verità trovo che Memnoch avrebbe potuto essere un racconto, o un libro a sè stante.
Il libro si smorza durante il racconto della vita di Roger, e in alcuni punti del racconto della vita di Memnoch: tuttavia la teoria della creazione e il modo in cui viene narrata è bello e interessante. Avrebbe potuto essere ambientato dovunque, le cose sarebbero potute accadere ad un uomo: anzi, forse l'intera storia avrebbe avuto tutto un altro spessore se pensata come una rivelazione per un uomo comune, invece che una delle tante avventure di un protagonista di una saga già rodata.
La storia di Roger: poteva essere un assassinio accidentale, oppure un regolamento di conti. Non era necessario che il protagonista fosse un vampiro, per ucciderlo. Il fantasma torna a raccontare la sua storia, il protagonista si lega a sua figlia e poi viene contattato dal diavolo. Avrebbe funzionato.
Il protagonista poteva non essere Lestat, e forse sarebbe stato meglio. La cosa tristissima è che qui i vampiri non c'entrano niente. La sensazione che mi ha dato è stata che la Rice a quel punto non volesse più scrivere di vampiri, ma che abbia usato il suo vampiro come biglietto da visita sicuro piuttosto che avere il coraggio di lanciare un'ambientazione tutta nuova.

Purtroppo la sensazione di assurdo si concentra verso il finale quando, al ritorno di Lestat nel mondo reale, mortali ed immortali vengono presi da un accesso di crescente follia religiosa dovuta all'apparizione di una certa reliquia che Lestat ha portato con sè dal suo viaggio. Se la cosa magari è giustificabile per i pochi che sanno con certezza, dalla bocca di Lestat, che quella reliquia è autentica, non la è invece per la moltitudine di umani che cadono in adorazione solo perché di lì a poco uno dei personaggi scende in strada sventolando suddetta reliquia. Quante persone comuni riconoscerebbero a colpo d'occhio una reliquia della Vera Croce o la Sindone? Ma soprattutto a riconoscerla come originale?
Nel finale è ancora più accentuato quanto i vampiri siano in realtà degli ospiti in questa storia: così come il libro si dilunga a volte troppo sul resto, invece va di fretta sul finale. Dopotutto, i suoi stessi vampiri non contano, perciò gli avvenimenti dei capitoli finali sono ridotti all'osso. Perfino lo stile di scrittura diventa ridotto e schematico in modo perfino fastidioso, riassumendo in poche battute striminzite apparizioni invece importanti.
 
Oh, ATTENZIONE: SPOILER e temi scabrosi.
Ma, dopo una buona trama e una narrazione interessante, viene il premio per la caduta di stile per la scena forse più disgustosa mai concepita in un libro di vampiri: ovvero, sesso orale con mestruazioni.
E non importa se la si riveste di significati simbolici, come la fonte della vita o il sangue estratto senza bisogno di infliggere ferite. Diciamocelo: il concetto del morso vampiresco è già di per sé poetico, erotico e pieno di qualunque significato gli si voglia dare. Un cunnilingus non è simbolico per niente. Ho letto perfino commenti di lettori che magnificavano quel sublime gesto di "bere alla fonte della vita"... Proviamo a guardare le cose da un'altra angolazione? Proviamo a scambiare i ruoli? Cosa ne direste di una scena in cui è una donna a recuperare la ragione praticando del sesso orale ad un uomo? È grottesco e fa ridere: appunto.

Ci sono momenti, per uno scrittore, in cui vieni fulminato da un'idea, ma il problema è che non sei assolutamente in grado di giudicare se sia geniale o se sia una cagata. Resta lì, in bilico. È originale, non è ancora inflazionata, ma il dubbio ti rimane.
Ci vuole la prova definitiva: ci vuole il parere dell'editor.
Scott Westerfeld -autore della trilogia di Leviathan- telefonò al suo editor e gli disse: "Sto pensando di usare pipistrelli che cagano chiodi come arma volante di distruzione di massa, per te è geniale o è una cagata?"
L'editor aveva la cena sul fuoco e, tanto per tagliar corto, disse: "Geniale!"
Laurell K. Hamilton -autrice della serie di Anita Blake- chiamò il suo editor per dirgli: "Ho avuto un'idea fantastica, te lo assicuro: cigni mannari! Trovi che sia geniale o una cagata?"
L'editor rispose: "Cagata". La Hamilton licenziò l'editor.
Con tutto il bene immenso che le voglio, la signora Rice probabilmente telefonò al proprio editor per chiedere: "Ho pensato di inserire una scena di sesso orale con mestruazioni, secondo te è geniale o una cagata?"
Sfortunatamente, quel giorno l'editor non era in casa.

venerdì 30 novembre 2012

Del perché apprezzare Anne Rice

Post di un momento di buon umore, da leggere con simpatia, e fondato su basi strettamente NON collaudate. ^.^


Intanto perché è una nonnina arzilla e matta come un cavallo sotto steroidi.

Perché ha scritto sempre un sacco, continuamente e di qualsiasi cosa: non importa se di buona o di brutta qualità. (compreso qualche bel pornazzo come The Sleeping Beauty Trilogy sulla cui qualità non posso garantire non avendolo mai letto, ma che adesso a distanza di anni dalla prima pubblicazione sta avendo un'impennata di ristampe grazie al famigerato 50 Shades of Grey)

Perché ama le serie tivù, parla dei suoi personaggi come se fossero reali, ed è la tipica gattara che posta le foto e i video dei suoi gatti su facebook.

Perché, oltre a postare foto dei gatti, disquisisce sempre -e stavolta molto seriamente- di politica, teologia e archeologia.

Perché deve avere preso una botta in testa ed è stata per lungo tempo una cattolica di quelle invasate, ma poi ne ha presa un'altra ed è rinsavita.

Perché ha scritto di vampiri (e di molto altro) come nessuno aveva mai fatto prima, perché ha usato la scusa del sovrannaturale per parlare della "vita, l'universo, e tutto quanto" (e scusate se è poco) e perché è certo che abbia lasciato una traccia, poiché l'archetipo del vampiro "bello e tenebroso" lo dobbiamo a lei.
(Se sia questo un male o un bene, ai posteri l'ardua sentenza. Per me è un bene.)

Perché quando è tornata per breve tempo a New Orleans, si è chiesta se poteva restare lì guadagnandosi da vivere ballando il tip tap in strada, o mettere un banchetto in Jackson Square vendendo consigli letterari a un dollaro l'uno. (Quel che si dice spirito imprenditoriale.)

Perché dà sempre buoni consigli sullo scrivere, gratuitamente.

Perché, qualunque cosa le dicano, niente la ferma. Che la critichino o la lodino, lei continua a scrivere quello che vuole come vuole, che sia bello o brutto, che piaccia o non piaccia.
Perché posta senza alcuna discriminazione recensioni entusiaste e recensioni disgustate (e ci vuole un certo fegato), perché quando le arriva una critica pesante scrolla le spalle e fa "Oh, well." e poi continua a fare quello che le pare.
Dalla "mamma" di Lestat, del resto, non mi aspettavo niente di meno. 

mercoledì 4 luglio 2012

Merrick la strega


Ho aggiunto un'altra tacca al mio personale elenco di letture delle Vampire Chronicles, e stavolta si tratta di Merrick la strega. Ora, gli ultimi episodi -ma forse è meglio definirli spin-off- delle VC non mi erano piaciuti molto: Armand il vampiro ha delle serie cadute di stile, mentre Pandora, per quanto accurato, era semplicemente noioso, incentrato per i tre quarti sul contesto storico e per l'ultimo quarto sul lato vampiresco. E ora Merrick. Cosa si può dire?
Mah, io l'ho definito scherzosamente un motore diesel. Ingrana molto lentamente, finalmente parte con decisione, ma non fai in tempo a sentir cantare il motore che sei già arrivato a destinazione. Insomma, a caldo non è tanto male. Però ormai ho capito che niente eguaglierà la vitalità e la meraviglia di Scelti dalle tenebre e La regina dei dannati. La storia non è altro che un lunghissimo flashback per presentarci il nuovo personaggio di Merrick attraverso gli occhi di David Talbot, ed è autoconclusiva nel senso più stretto del termine. Tre quarti di libro per raccontare il passato, e poi le azioni cruciali si svolgono in fretta nell'ultimo pezzo.
Ho sofferto del ruolo marginale dei nostri beniamini: Lestat messo da parte a fare il bell'addormentato, i vampiri più antichi che neanche si fanno vedere, mentre l'unico finalmente un pochino rivalutato è Louis, che però resta comunque da parte perché la narrazione in prima persona è riservata a David. Ho dovuto arrendermi al lungo flashback sulle origini di Merrick, sopportando molte pagine in cui si tergiversa, prima che la storia cominciasse a diventare interessante.
Ho apprezzato il ritorno del Talamasca, e un dettaglio che è frequentissimo nei libri della Rice: quello che io chiamo lo "spaccato di vita". Ogni tanto lei accelera la normale narrazione per fare un racconto "a volo d'uccello" (o a salto mortale carpiato) sulla vita di uno dei suoi personaggi, e riesce a dare una carica frenetica e un'emozione a queste descrizioni che io ho sempre apprezzato tantissimo. Lo fa con Lestat e Nicki a Parigi, lo fa con Jessica, lo fa con Armand e Daniel. E ora lo fa con Merrick, e la sua vita nel Talamasca. Quello è stato uno dei pezzi che mi è proprio piaciuto. Una cosa che contraddistingue i personaggi della Rice, spesso, è proprio il racconto di una vita frenetica, eccitante ed emozionante (molto più di quella dei lettori... ecco perché mi piacciono tanto, sigh.) guidata da una curiosità insaziabile. E, mi permetto di aggiungere, da un sacco di soldi. Quasi tutti i personaggi di Anne Rice, uomini e vampiri, prima o poi hanno il grande lusso di potersi permettere tutto, economicamente parlando. Così che la vita e la crescita di Merrick come protetta del Talamasca è eccitante e piena di scoperte come quella di Jesse, altro personaggio che avrei tanto voluto vedere tornare in scena... e che mi piace più di Merrick.
Però tutto questo non basta: le scoperte e le rivelazioni del flashback restano piuttosto tiepide, e il presente è un lungo tira e molla su quanto sia meravigliosa questa Merrick. I dialoghi tra Louis e David non sono male, però continua a mancare qualcosa. (inutile che specifichi cosa, anzi, chi...)
Gli ultimi capitoli prendono e incalzano di più, e il finale è toccante e interessante, però ho avuto la sensazione che quello di David fosse il punto di vista meno adatto: cose come la trasformazione di Merrick accadono fuori scena, e anche il salvataggio di Louis è visto dall'esterno e con poco coinvolgimento emotivo.
Sarebbe stato interessante sapere cosa avrebbero avuto da dirsi Louis e Lestat dopo che il primo aveva evocato Claudia e tentato di uccidersi al sole, e il secondo si era risvegliato dopo anni di letargo. Ma anche quello, fuoriscena non pervenuto ai lettori.
Insomma, carino, con alcuni dettagli interessanti, scritto meglio di Armand o Pandora, ma non aggiunge né toglie nulla alle Vampire Chronicles. Credo che la Rice abbia messo da parte Lestat con la storia di Memnoch perché ormai non sapeva "dove mettere" il suo stesso personaggio per farlo stare buono e permetterle di inserire gli spin-off sui comprimari. 
Però, tristemente, qualcosa si è perso nei suoi ultimi libri sui vampiri. Io ho visto sparire quasi del tutto quell'ironia, energia e freschezza che rendono così speciali il secondo e il terzo libro. Pur trattando di cose meno scabrose, per assurdo, sono più cupi e malinconici che mai. Piatti, quasi. È anche per questo che ancora non mi va di leggere il quinto libro, Memnoch: non mi ispira per niente, e sembra essere proprio il punto di rottura con lo stile che tanto amavo. E poi, come dicevo anche leggendo Armand che è imbevuto di teologia spicciola fino all'esasperazione, a me non importa di Dio e del Diavolo. Di teologia ce n'è già abbastanza negli altri libri: preferisco le teorie e le domande irrisolte; non voglio leggere di Lestat che vede il paradiso e l'inferno. Mi piacciono molto di più le avventure notturne di un comune vampiro settecentesco, o di uno metropolitano, senza bisogno di impegolarsi con le "alte sfere" o la storia della creazione. Non è questo che cerco in un libro.

Per questo penso di avere finito con le Vampire Chronicles, a meno che un giorno non mi venga la malaugurata idea di leggere anche Memnoch, ma temo che sarebbe un'altra delusione. Posso continuare a rileggere la prima trilogia -ma anche Il ladro di corpi non è male- e per me Scelti dalle tenebre resterà sempre il miglior lavoro delle VC.

martedì 1 maggio 2012

L'ennesima, inutile diatriba vampirica

Lo prometto, questa sarà l'ultima volta che paragonerò qualcosa a... quel libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo.
Se ne è detto tanto, troppo. In realtà, io non credo che quella serie sia molto peggio di tanti libri passati, presenti e futuri. La cosa che veramente mi sconcerta è che un libro oggettivamente mediocre abbia fatto tanto scalpore. Ma non ho assolutamente nulla contro chi lo legge e lo apprezza. Ma tanto, coloro che lo amano e coloro che lo odiano hanno in comune una cosa: entrambi ne parlano troppo.
Dato che io mi sono recentemente e felicemente data ai vampiri pre-twi...quel libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo, ho liberamente tratto le mie personali conclusioni da due lire.

Intanto, è troppo facile prendere in giro i vampiri della S.M. Puntare il dito sul fatto che al sole la loro pelle scintilla, che non si nutrono di sangue umano, che continuano a frequentare la scuola per secoli e secoli, è troppo facile e in fin dei conti è poco leale. Premessa: i "veri vampiri" non esistono. Puntare il dito su "i veri vampiri non fanno così" non è un discorso che regge: perfino Bram Stoker aveva deciso che il suo Dracula poteva camminare alla luce del sole. (Ma grazie al cielo lui non brillava. Eddai, lasciatemelo dire...) Questo vuol dire che uno scrittore ha la libertà di fare quello che vuole di una creatura leggendaria: ovvio che poi un lettore può non gradire, mentre un altro sì. Amen.
Non è tanto il fatto di come la S.M. ha realizzato i suoi vampiri: anzi, direi che nei suoi libri, il fatto di essere vampiri è un mero accessorio. È questo il peccato. Il signor Cullen potrebbe anche essere una sirenetta di Atlantide, e questo cambierebbe poco alla storia: la trama è La storia d'amore, tutto ruota attorno ad essa e attorno ad essa si consumerà.
Prima cosa che non mi garba. Ma ad altri lettori invece può piacere molto.
La cosa preoccupante sono i valori che vengono trasmessi da questo romanzetto all'apparenza semplice, facile da leggere e senza particolari slanci di fantasia. A me rattrista pensare che faccia tanta presa un libro i cui punti cardine sono:

- Senza un fidanzato non sei nessuno
- L'uomo ha il diritto di prendere decisioni riguardo voi due senza consultarti e senza il tuo consenso
- L'unico modo in cui puoi fare ragionare un uomo è fare leva sull'attrazione che prova per te e quindi offrirti come merce di scambio
- Hai il diritto di trattare come pezze da piedi due ragazzi innamorati di te
- Lo stalking è una cosa bella e romantica

Eccetera, eccetera, eccetera. Mi sto dilungando e non volevo: ne ho parlato troppo e fin troppe volte.
Arriviamo al punto: qualcuno potrebbe giustamente obiettare che i "vecchi vampiri", in quanto a vizi, non sono tanto meglio dei vampiri odierni. Rimproveriamo a mr Cullen di essere uno stalker e un pedofilo: cosa posso rispondere io, che amo la saga di Anne Rice? (intesa come la prima trilogia: andando avanti tende ad avere delle cadute di stile.)
Analizziamo la situazione: nei romanzi della Rice abbiamo un'ampia gamma di personaggi principali che possiamo accusare a colpo sicuro di stalking, omicidio, stupro, pedofilia, incesto, mutilazione, tortura, abuso morale e fisico in qualsiasi senso. E via allegramente.
Ma qual è la sostanziale differenza?

In twilight, ogni azione, anche quelle moralmente discutibili, ci vengono presentate come qualcosa di bello, struggente e romantico.
Nei libri di Anne Rice, niente di tutto quello che ho citato prima viene presentato come qualcosa di bello, giustificabile o positivo. Viene presentato per quello che è.

È questa la libertà dei libri. Il poter leggere di cose cattive, disturbanti, e riconoscerle per quelle che sono: non nascondendole dietro una patina di buonismo. In tutti i libri della Rice, le azioni evidentemente amorali sono presentate per quello che sono: c'è la paura, c'è la ripugnanza, c'è l'intima sensazione che qualcosa non vada, che ci sia qualcosa di sbagliato, eppure lo accetti perché è questo il gioco: capire che si è arrivati in un mondo in cui si cammina sul limite della moralità. E lo accetti. Ci stai: sei disposto a pagare il prezzo. Perché i personaggi sono abbastanza carismatici e completi per indurti a fare un pezzo di strada insieme a loro.
C'è l'aspetto bello, fantastico, avventuroso, perfino quello comico (adoro come la Rice scherza coi suoi stessi personaggi): non ho mai visto dei vampiri tanto innamorati della vita come nelle Vampire Chronicles.
Ma l'aspetto cattivo o disturbante non viene mai ignorato o edulcorato. Non ci viene presentato nulla di "ideale", anzi, i personaggi sbagliano, inciampano, fanno soffrire le persone che amano e ne pagano il prezzo per i secoli a venire.
E poi, al centro della storia c'è l'immortalità: il significato dell'immortalità, e con esso anche della vita. È qualcosa di stupendo! C'è anche l'amore, ma non è né il fine né il mezzo: "la storia d'amore" non sarà mai al centro della vicenda; siamo molto al di là anche della dimensione umana di amore. I legami amorosi ci sono, finché durano. Se non durano, al massimo ci ribecchiamo tra duecento anni. ^^
E aiuta anche a capire come "stare insieme per sempre" (quando il per sempre è moooolto tempo) sia un concetto grandemente sopravvalutato.

L'unica cosa che mi sento di continuare a dire, è che questo libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo è e resterà un libro sull'importanza di avere un fidanzato, mentre molti altri scrittori hanno saputo usare la stessa leggenda per parlare della vita, l'universo e tutto quanto.
Che ciascuno scelga il vampiro che gli piace di più. Non ne parlerò ancora.

lunedì 19 marzo 2012

"Ho visto musical che voi umani..."

A quanto pare, continuo a sentire l'irrefrenabile desiderio di perseverare nella mia professione segreta: la spacciatrice di musical semisconosciuti.
In particolare, l'ispirazione per questo post mi è venuta dopo avere scoperto che esistono due versioni di Lestat - the musical ovvero la prima presentata a San Francisco, e quella pesantemente modificata e presentata a Broadway. Ho avuto la fortuna di trovarle entrambe, ma è soltanto un caso che io le abbia viste "al contrario": prima quella di New York e poi quella di San Francisco. Questo forse, inconsciamente, mi ha aiutata anche nel compito di confrontarle, dato che mi ero già presa una cotta tremenda per la versione di NY, da molti fan considerata la peggiore.
Sostanzialmente, le differenze sono ben riassunte nell'articolo di wikipedia dedicato al musical:

[The pre-Broadway version of the Lestat musical was extremely different from the New York version of the Lestat musical. Even though it was the highest-earning pre-Broadway play in San Francisco history (beating out Wicked and Cats) the company drastically revised the play. The San Francisco version, performed at the city's historic Curran Theater during the final months of 2005 and early 2006, had far more elaborate stage effects and production values and included projected images illustrating the main character, Lestat's, story.
The Broadway version of Lestat was more interpretive, and used fewer projections. It also cut quite a few plot elements from San Francisco. The song "Right Before My Eyes" was inserted, "In Paris", a duet sung by Nicolas and Lestat was cut, and "In Paris" was expanded to when Lestat first arrives in Paris and sees Nicolas' work at the theater, the number was called "In Paris Sequence". Gabrielle's solo "Nothing Here" was changed to "Beautiful Boy"; and the play-within-a-play in the Vampire theater, was changed from the number "Origin of the Species", which explained the legend of King Enkil and Queen Akasha, to "Morality Play", which was about Armand and Marius' relationship, and completely scrapped any references to The Queen of the Damned, including, later in previews, cutting Queen Akasha and King Enkil from the show completely. This version was played March 25, 2006 to May 28, 2006 at the Palace Theater for 33 previews and 39 performances.]
 (fonte - Wikipedia)

La prima cosa che salta all'occhio è quanto la versione di SF sia quasi perfettamente fedele al libro, "Scelti dalle tenebre", ed è assolutamente un grosso punto a favore di quella produzione. Il peccato, nella versione di NY, era proprio vedere come la storia fosse riassunta all'inverosimile, ridotta all'osso, quasi, del tutto priva di tutte quelle connotazioni sentimentali e filosofiche di cui invece è pieno il libro. Ecco, nella versione di SF sono riusciti ad inserire alcuni di quei dialoghi essenziali, che non solo rivelano molto di più dei singoli personaggi, ma danno al musical tutto un altro sapore.
Nicolas, per esempio: nella versione di NY il suo personaggio è pesantemente sacrificato, anche se è importante. Certo, ha comunque un ruolo chiave nella vicenda: morire in modo orribile ma non si vede niente di lui, dei suoi pensieri o il suo tormento interiore; non è nient'altro che la spalla di Lestat. Nella versione di SF ha molte più scene dedicate a lui: è un personaggio che parla, discute, interagisce, si scontra con Lestat, e diventa molto più plausibile.
Una cosa che non ho perdonato, però, è stato non avere alcuni dei miei pezzi preferiti: manca "The Bugs and the Bears", che pur non essendo essenziale è un momento molto tenero, e poi non c'è "Right Before my Eyes". E quella no. Quella la voglio. La esigo. Così come la reprise: invece di inserire ogni volta una reprise del giro di note di "The Thirst" avrei messo quei due pezzi: brevissimi ma da spaccacuore, e l'ultimo si sarebbe inserito perfettamente dopo "Crimson Kiss" e prima dell'arrivo di Marius, anche senza bisogno di mostrare sul palco la morte di Nicolas come invece avviene nella produzione di NY.

And now his life slips through my hands
his gentle soul leaves on the wind
a broken angel finds release
from all my selfish dreams that darkness brings.

So what do I do now?
He's gone, I'm left alone and so unsure
Who'll guide me now, and give me tears to cry?
When all I loved died right before my eyes.

Un'altra nota stilistica a favore della versione di SF sono le scenografie: quelle di NY sono spesso scarne, a volte del tutto assenti, mentre la prima ha una grande cura nel ricreare perfino gli ambienti interni. Detta così, sembra che tutto vada a favore della prima versione (infatti non capisco perché i produttori abbiano voluto cambiarla così a fondo): non è del tutto vero, perché anche lo spettacolo di SF ha i suoi difetti. Il più lampante? È statico. È statico da morire, e non so se fossero gli attori che dovevano ancora farsi le ossa, ma ne dubito: Hugh Panaro non era l'ultimo arrivato neanche allora, ed è stato più volte nientemeno che il Fantasma. Canzoni che sarebbero state perfette per coreografie di gruppo (come hanno, stavolta giustamente, rimediato nella versione Newyorkese) sono banali e staticissime: "In Paris" è moscetta se cantata da due soli attori che peraltro stanno quasi sempre seduti, invece che da un'intera folla. Così come "Welcome to the new world" che nella versione di NY è semplicemente fantastica, e ha un'impennata improvvisa anche in quanto a scenografia.
Poi, i costumi: io preferisco quelli di NY. In realtà ci sono poche differenze, ma l'aspetto dei personaggi mi sembra molto migliore nella seconda versione, e anche Hugh Panaro riesce sempre a dare il meglio di sé.
Personalmente, invece, trovo Marius pessimo in entrambe le produzioni (identiche). È ritratto come una specie di monaco buddista basso, pelato e rotondetto. E lui non deve neanche cantare, quindi non è che l'attore sia stato scelto magari non per il suo aspetto ma per le sue doti canore. C'è da dire che nella versione di SF, al teatro dei vampiri mettono in scena "The Origin of the Species", che era un modo molto carino di raccontare la storia dei progenitori dei vampiri, Enkil e Akasha, (lo spettacolo che invece viene mostrato nella versione di NY è quasi incomprensibile e visivamente noioso) e lì compariva una versione teatrale di Marius con lunghi capelli bianchi e un sontuoso abito rosso. E io chiedo, ma perché non l'hanno semplicemente vestito così nella versione ufficiale?
Nota di demerito per la versione di SF: durante il bellissimo pezzo di "The Thirst", Lestat afferra la sua prima vittima e la morde... alla pancia. No, scusa. Stiamo scherzando? Alla pancia?!? Era tanto difficile il classico morso da vampiro, peraltro molto d'effetto sul palcoscenico? Dovrebbe essere un momento tragico, e invece o ti metti a ridere o ti cascano le braccia.
Uno dei commenti che è stato fatto alla versione di New York si riassume semplicemente in: "più gay". D'accordo, salta all'occhio che nella produzione di NY sono state inserite un sacco di interazioni in più tra i personaggi (e questa è tra le cose che lo rendono meno statico e più divertente), comprese quelle amorose che nella versione SF erano solo accennate. Per me non è affatto un male. Anzi, posso dire di averle anche apprezzate: e diciamolo fuori dai denti, tutti i vari momenti Lestat/Nicolas, Lestat/Louis sono fin troppo canonici. Non c'è niente che non succeda (o non si intuisca) nei libri, perciò ci sta, e anche bene. Avrei anche lasciato la scena del morso di Armand, il cui ruolo è quasi uguale in entrambe le versioni, però in quella di NY è più energico e interessante.
Il finale è più completo nella versione di SF: forse un po' troppo sfarzoso o "buonista" però ci poteva stare.
Perciò, anche se il musical non è mai più stato ripreso in mano dopo avere chiuso a Broadway, secondo me la cosa perfetta da fare sarebbe stata prendere il meglio delle modifiche apportate nella versione di NY e spalmarle sulla struttura della versione di SF. Aveva le potenzialità per essere un ottimo musical, invece di fare un buco nell'acqua.
Bene, io ho la mia scaletta. Se qualcuno mi trova una compagnia teatrale, telefoniamo a Broadway e lo rimettiamo in scena in un attimo!

http://beautifulstrange.net/lestatmusical/images/leslouclaurow2.jpg

lunedì 12 marzo 2012

Intervista col Vampiro (ma dai?!?) - film 1994

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEghM9Ks1SEQy9UNtwwKe9nYXgVp4Oe9VDRnv2ZAOTExr4mdml0f_oNyCNnwaU7UW6RhAVgmLEhTeOcMhL1paWCsJYGrnXUsypKued3A8lTCpN044gtJmtgSi2WLFkRUMMqToWAWIjyuw74/s1600/intervista+col+vampiro.jpg 
Ho guardato diverse volte Intervista col Vampiro anche prima di appassionarmi alla storia -e a Lestat- col secondo libro di Anne Rice. È sempre stato uno di quei film in perfetto equilibrio tra il piacermi e non piacermi, anche se tirando le somme ci trovo sempre più pregi che difetti.
Prima cosa: il cast. Punto spinosissimo, che divide da anni orde di fan dei libri.
Personalmente, trovo sia Lestat che Louis del film piuttosto accettabili e simili, in una certa misura, alle descrizioni dei libri. Mi piace come Tom Cruise fa Lestat (per quanto la sua parrucca bionda ogni tanto sembri essere passata attraverso un aspirapolvere...). Brad Pitt poteva starci fisicamente per Louis, ma... mio dio, poche volte l'ho visto così -è proprio il caso di dirlo- impalato come in questo film. Il risultato è una recitazione da vampiro stereotipato: tutto rigido e che parla sussurrando; questo è proprio uno dei lati che non mi convincono, e in italiano anche il doppiaggio non aiuta. Solo Tom Cruise riesce, ogni tanto, a sciogliersi un po' e a non suonare ridicolo.
Claudia la trovo molto azzeccata: fantastica da ascoltare con l'audio originale in inglese, prova vivente che agli inizi della sua carriera Kirsten Dunst sapeva recitare!
Armand... il meno azzeccato di tutti, ma per il semplice fatto che con lui hanno volutamente ignorato la sua descrizione nel libro: ovvio che Antonio Banderas non c'entra niente con un giovanotto rinascimentale dai capelli ramati. Però c'è da dire che per quella parte occorreva un certo carisma da "capo dei vampiri" che un attore giovane non avrebbe avuto, per questo probabilmente si sono affidati ad un attore del suo calibro. Anche se non è che brilli. E lo dico da fan di Banderas.
È una mia ipotesi, ma probabilmente all'epoca hanno fatto questa scelta: scegliere deliberatamente i belli del momento. E non è stata una scelta sbagliata, secondo me. Semmai, è divertente il fatto che questo ruolo abbia fatto vincere un Razzie Award a Cruise e Pitt... per la peggior coppia!
In quanto al film, sono convinta che per l'anno in cui è uscito (1994) fosse un buon prodotto, e tutt'ora è piacevole da guardare. Ci sono alcune scelte stilistiche che mi stonano, la recitazione troppo spesso volutamente "impalata" o esasperata, scene di lotta abbastanza penose, ma per il resto ci sono decisamente molte altre cose che funzionano. È interessante ed è oggettivamente bello da vedere, anche solo per l'atmosfera cupa, per la ricchezza dei costumi e delle scenografie. Tutta la parte con Claudia è la mia preferita, ma penso che la parte veramente viva, e anche divertente, del film sia dalla vampirizzazione di Louis fino alla fuga da New Orleans. Uscito di scena Lestat, il film si ammoscia un po': anche la parte al Teatro dei Vampiri non fa granché per risollevare l'atmosfera. La fine di Claudia e il rogo del teatro finalmente riaccendono l'attenzione, così come la conclusione del racconto di Louis.
Sotto questo aspetto, la nota veramente positiva è il cambio radicale che hanno fatto col finale del libro: ovvero il ritorno in scena di Lestat in tutto il suo splendore. Paraponziponzipom. Secondo me è stato giusto: un finale chiuso, o comunque criptico come quello del libro sarebbe stato moscio, per un film che già di suo tende ad appiattirsi due o tre volte. Invece, un finale così è di quelli che ti strappano la ghignata di soddisfazione. E poi è stato giusto anche per il personaggio di Lestat: dato che non ci sarà mai un film di Scelti dalle Tenebre (e io piango... so che hanno provato a frullare qualche dettagli nel film La Regina dei Dannati, ma il poco che ho visto mi sapeva di cagata colossale) era l'unico modo di rendergli giustizia.
Per me, il bello del film è che nonostante tutto resta molto, molto attinente al libro, soprattutto nei dialoghi. Probabilmente è stato il meglio che si potesse fare. A volte mi chiedo cosa verrebbe fuori se decidessero adesso di farne un remake... se rimanessero fedelissimi al testo, forse ne verrebbe fuori un gran bel film. O una sublime boiata. Forse è davvero meglio non saperlo!

sabato 4 febbraio 2012

Ossessionata e contenta

Non è una novità per nessuno: ho una spiccata tendenza all'ossessione.
Quando scopro qualcosa che mi piace -che veramente mi piace- a me, ogni volta, provoca lo stesso effetto dell'Illuminazione sulla via Damasco: vado letteralmente giù di testa, ne fruisco in continuazione per essere sicura di non essermi persa nemmeno un dettaglio (per questo mi piace tanto riguardare i film, rileggere i libri, ascoltare le stesse canzoni milioni di volte), e soprattutto mi metto a cercare ogni cosa che sia stata detta/scritta/disegnata/filmata/registrata sull'argomento. Me ne innamoro. E mi ci attacco come ad una bottiglia, per svuotarla fino all'ultimo sorso.
L'ho sempre fatto fin da piccola con quelli che erano i miei personaggi preferiti, i cartoni, i libri, anche se la svolta decisiva, l'Ossessione con la O maiuscola, è stato decisamente capitan Jack Sparrow. I Pirati e il loro mondo sono stati la passione che mi ha restituito la spina dorsale e la voglia di vivere, e che mi accompagnano fino ad oggi: dopo si sono susseguite altre cose che, per un motivo o per l'altro, sono state destinate ad accompagnarmi in modo costante in certi periodi della mia vita. Ci scherzo sopra, li ho affettuosamente identificati come "le mie ombre inquietanti" nei miei fumetti, però è innegabile dire che hanno sempre avuto un ruolo speciale: il Joker di The Dark Knight, che mi ha portata a divorare qualsiasi cosa avesse a che fare con Batman (ma più spiccatamente, col Joker e Harley Quinn); Rocky Horror Pictures Show che mi ha riacceso la passione per i musical e regalato un sacco di risate; Cats che è stato un innamoramento tardivo ma totale. E lungo la strada potrei aggiungere tutti gli altri musical che ho amato alla follia come il Phantom, Avenue Q, Les Miserables, Wicked. O i film che ho amato, i libri che ho letto, il gioco di ruolo.
L'innamoramento più recente è dovuto a Lestat - il musical, che mi ha portato in blocco non solo uno spettacolo piuttosto carino con alcune belle canzoni, ma anche una settimana a divorarmi il secondo libro di Anne Rice e la totale rivalutazione di un personaggio che non avevo mai apprezzato come merita. Lestat, appunto. Il divertente di questi innamoramenti improvvisi è che sono sempre, sempre, sempre del tutto inaspettati, non programmati e non incoraggiati in nessun modo se non con la semplice curiosità.
In ogni caso, ho sempre bisogno di "andare in fissa" con qualcosa, periodicamente. È qualcosa che mi riaccende il motore, che mi spinge a conoscere nuove cose e nuovi orizzonti, proprio come conoscere capitan Jack Sparrow mi portò a diventare quella che sono ora, amicizie ed esperienze comprese.
Mi piace riscoprirmi continuamente capace di "innamorarmi" di nuovo delle cose. Spesso, purtroppo, la cosa più difficile è proprio trovare qualcuno che condivida con me le stesse passioni, perché ovviamente non tutti sono voraci lettori, o appassionati di musical, o cosplayer, o disposti a scovare e guardare su internet l'unica ripresa esistente di due ore di spettacolo ripreso con una telecamera a mano cladestina... però, qualche volta, per fortuna succede anche quello.
Ma la cosa più bella è sempre questa: che gli innamoramenti rimangono. Non ho mai smesso di tenermi nel cuore tutto ciò che ho amato o apprezzato da piccola, così come adesso non ho mai smesso di amare tutto ciò per cui sono "andata in fissa" in passato. Ogni cosa di cui sono stata appassionata è ancora con me, come un enorme tesoro scintillante rinchiuso dentro una cassa, da aprire quando mi va per potermi crogiolare tra le sue meraviglie!
http://awalkoffaith.files.wordpress.com/2011/12/treasure-chest2.jpg