Prima avevo una gran voglia di esprimermi, e per "prima" intendo un tempo imprecisato nell'arco degli ultimi cinque o sei anni.
Tenevo un blog, mi piaceva scrivere riflessioni o anche solo di momenti di vita quotidiana. Scrivevo recensioni perché avevo delle idee piuttosto radicali riguardo come dovesse essere fatto un buon libro o un buon film. Uno dei motivi per cui ho fatto sempre meno recensioni è che i miei gusti si sono ampliati, forse anche ingentiliti. Insomma, pur analizzando in modo critico ogni libro che leggo -deformazione professionale- sono tornata ad apprezzare il puro e semplice piacere che ne ricavo e non sento più il bisogno di sezionare libri con un bisturi. (O almeno, non pubblicamente...)
Leggere blog di critica era molto divertente, fino a che la critica non si è trasformata nei capricci isterici di blogger mitomani frustrati.
Spesso, non avendo molto altro da dire se non "mi è piaciuto perché mi ha colpita", non mi ci mettevo neanche più.
Il fatto è che adesso c'è fin troppa possibilità di esprimersi: facebook ha rivoluzionato la comunicazione come già l'aveva rivoluzionata ai tempi l'avvento dei forum e delle chat. Il rovescio della medaglia è che ora tutti parlano di tutto. Tutti si esprimono, che lo vogliano o meno, su qualsiasi argomento, e il frastuono mediatico è assordante.
E mentre cresce il numero esorbitante di recensori ed opinionisti, la verità è che se vuoi dire la tua è meglio che tu abbia qualcosa di davvero interessante da dire, e che tu lo faccia in modo professionale o almeno utile.
Visto che il web ormai faceva troppo rumore, mi sono trovata senza più nulla da dire. Non vedevo più il motivo di scrivere o dare opinioni, quando c'erano così tante penne (tastiere?) che lo facevano meglio. Disegnavo vignette, ma poi sono arrivati Zerocalcare e Sarah's Scribbles, e di colpo era come se non ce ne fosse più bisogno.
L'unico modo in cui adesso potrei concepire un blog sarebbe per recensioni e per condivisione di materiale, siti, video e articoli che per un motivo o per l'altro ritengo interessanti. Forse una piattaforma nuova, per ripartire da zero con qualcosa di utile, specializzato. Devo pensarci.
Questo per dire che potrei decidere di concludere qui l'utilità del blog, testimone anche il fatto di non avere scritto più nessun articolo per quasi un anno. O, se ricomincio, ricominciare con qualcosa di completamente nuovo e dedicato specialmente alle recensioni.
Ancora non lo so. Ma ci penserò.
Visualizzazione post con etichetta pare mentali. Mostra tutti i post
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mercoledì 4 maggio 2016
lunedì 6 aprile 2015
Quotidianità rituale
I rituali sono importanti, o almeno hanno un certo valore. Credo che fondamentalmente aiutino a segnare lo scorrere del tempo, come una tacca su di un bastone per segnare le miglia.
La prima cosa che fai quando sei giù di morale o proprio depresso è smettere di fare cose. A volte lo fai per esercitare un tipo di controllo, anche se minimo: hai solo il potere di rifiutarti, quindi per ripicca dici "no, stavolta non lo farò". E continui a dirlo. Altre volte semplicemente finisce per mancarti la forza, la voglia, la motivazione, il significato. Niente vale più la pena di essere fatto.
Sto cominciando a ripensare ai rituali e alla loro importanza, fosse anche fare i lavori di casa il mercoledì o festeggiare il carnevale. Penso che avere delle scadenze o degli appuntamenti fissi sia una sorta di ancora, sia che tu sia oberato di lavoro o al contrario affondi lentamente nella melma della disoccupazione. I rituali, di qualsiasi genere, sono lì proprio per non farti scivolare via dalle mani i giorni che passano.
La prima cosa che fai quando sei giù di morale o proprio depresso è smettere di fare cose. A volte lo fai per esercitare un tipo di controllo, anche se minimo: hai solo il potere di rifiutarti, quindi per ripicca dici "no, stavolta non lo farò". E continui a dirlo. Altre volte semplicemente finisce per mancarti la forza, la voglia, la motivazione, il significato. Niente vale più la pena di essere fatto.
Sto cominciando a ripensare ai rituali e alla loro importanza, fosse anche fare i lavori di casa il mercoledì o festeggiare il carnevale. Penso che avere delle scadenze o degli appuntamenti fissi sia una sorta di ancora, sia che tu sia oberato di lavoro o al contrario affondi lentamente nella melma della disoccupazione. I rituali, di qualsiasi genere, sono lì proprio per non farti scivolare via dalle mani i giorni che passano.
mercoledì 23 aprile 2014
Di sfoghi e di fantasmi
Un pomeriggio si parlava di sogni e di fantasmi, una di
quelle occasioni in cui una storia tira l’altra, e non si riesce a smettere
perché si ride e perché vuoi sapere
di più, anche se sai che la tua mente metterà in serbo ogni dettaglio
spaventoso per la prossima notte in cui sarai in casa da sola e il tuo cervello
sarà particolarmente annoiato.
E, mentre si scherzava sul classico “morirei di paura se mi
succedesse davvero”, un’amica disse qualcosa che suonava come: «Mi fa molta più
paura pensare che non sia reale. Mi fa molta più paura il pensiero di cercare
un lavoro.»
Punfete. Secca.
Per una bizzarra associazione di idee mi sono accorta che capivo perfettamente cosa intendeva, e che la cosa spaventava anche me.
E attorno a me c’erano gli scenari di corridoi bui in cui strisciavano fantasmi di donne e pazzi sbavanti, e sono finita a guardare ognuno di loro negli occhi e dire: «Ciao, apparizione hollywoodiana di quart’ordine. No, scusami se non strillo, non mi va. Qualcosa chiamato realtà mi ha appena risucchiato qualsiasi voglia di strillare o di sobbalzare. Senti, levati di torno, leggenda metropolitana. Spostati, incubo preconfezionato: non è serata. Ah, insistete? Stupidi fantasmi da vetrina, sono ben altri i mostri che si sono appena presentati strisciando alla mia porta, e non se ne andranno! Prendiamo il fantasma del tempo che passa? O delle occasioni perdute? Non ululano né strillano: stanno solo fermi e ti fissano. Ad ogni angolo. E li vedi solo tu. Prendiamo il mostro strisciante e sofferente di una vita che non va da nessuna parte, l’incapacità di dare una qualsiasi forma riconoscibile al proprio presente e al proprio futuro che si traduce nelle molte teste deformi di questa creatura, gli arti che si contorcono, le dita viscide di sangue che ti afferrano per le caviglie non ti lasciano andare? Prendiamo lo spettro urlante delle responsabilità? Quello piangente della solitudine? O prendiamo la banshee urlante e impazzita dell’essere nata artista e quindi profondamente inutile, mediocre in qualsiasi cosa non sia il pensiero creativo (ma solo quello, il pensiero), non abbastanza intelligente da essere un genio ma non abbastanza stupida da essere brava in un “lavoro qualsiasi”, non abbastanza mediocre da accontentarsi, non abbastanza ottusa da smettere di chiedersi “perché?” su tutto e quindi restare penosamente immobile; artista, una stramaledettissima artista e perciò incapace di essere qualcosa di normale?!»
Ma tutti i mostri da baraccone si erano già ritirati, gemendo e ringhiando nei loro angoli bui, lasciandomi sola con i miei.
Punfete. Secca.
Per una bizzarra associazione di idee mi sono accorta che capivo perfettamente cosa intendeva, e che la cosa spaventava anche me.
E attorno a me c’erano gli scenari di corridoi bui in cui strisciavano fantasmi di donne e pazzi sbavanti, e sono finita a guardare ognuno di loro negli occhi e dire: «Ciao, apparizione hollywoodiana di quart’ordine. No, scusami se non strillo, non mi va. Qualcosa chiamato realtà mi ha appena risucchiato qualsiasi voglia di strillare o di sobbalzare. Senti, levati di torno, leggenda metropolitana. Spostati, incubo preconfezionato: non è serata. Ah, insistete? Stupidi fantasmi da vetrina, sono ben altri i mostri che si sono appena presentati strisciando alla mia porta, e non se ne andranno! Prendiamo il fantasma del tempo che passa? O delle occasioni perdute? Non ululano né strillano: stanno solo fermi e ti fissano. Ad ogni angolo. E li vedi solo tu. Prendiamo il mostro strisciante e sofferente di una vita che non va da nessuna parte, l’incapacità di dare una qualsiasi forma riconoscibile al proprio presente e al proprio futuro che si traduce nelle molte teste deformi di questa creatura, gli arti che si contorcono, le dita viscide di sangue che ti afferrano per le caviglie non ti lasciano andare? Prendiamo lo spettro urlante delle responsabilità? Quello piangente della solitudine? O prendiamo la banshee urlante e impazzita dell’essere nata artista e quindi profondamente inutile, mediocre in qualsiasi cosa non sia il pensiero creativo (ma solo quello, il pensiero), non abbastanza intelligente da essere un genio ma non abbastanza stupida da essere brava in un “lavoro qualsiasi”, non abbastanza mediocre da accontentarsi, non abbastanza ottusa da smettere di chiedersi “perché?” su tutto e quindi restare penosamente immobile; artista, una stramaledettissima artista e perciò incapace di essere qualcosa di normale?!»
Ma tutti i mostri da baraccone si erano già ritirati, gemendo e ringhiando nei loro angoli bui, lasciandomi sola con i miei.
martedì 1 aprile 2014
mercoledì 7 agosto 2013
Su una gamba sola
Ho un piede rotto e ingessato da dieci giorni. Lasciamo perdere il come e il quando, che è una sordida storia di gente chiusa fuori senza chiavi e di cancelli scavalcati...
È davvero triste che questo incidente mi sia capitato proprio adesso che anelavo soltanto ad un po' di indipendenza, cose da fare e tempo lontana da casa. Me la sono andata a cercare, e ora mi trovo in una condizione di limitazione e dipendenza maggiore di quanto abbia mai provato.
Sono almeno riuscita a fare metà delle cose che aveva in programma prima di farmi male, anche se devo comunque pagare lo scotto di un viaggio sfumato. Adesso invece, dovendomi muovere in casa con un piede ingessato e le stampelle, mi ritrovo a dipendere strettamente dagli altri, a dover sempre chiedere qualsiasi cosa, a dover fare la doccia seduta, a non poter fare neanche cose come sparecchiare la tavola o pulire camera mia, a dover tenere sempre le cose sottomano perché non posso raggiungerle, pensare prima a qualsiasi spostamento debba fare da un piano della casa all'altro. Sono cose a cui non si pensa mai veramente finché non ti ci ritrovi in mezzo. E meno male che, nel mio caso, si tratta solo di una condizione temporanea.
È una cosa che i primi giorni mi aveva lasciata molto abbattuta e, come un'automobilista, sempre, costantemente incazzata come una iena a spese di chiunque mi stava intorno. ^^
Il fatto è che non ci sono abituata. Nessuno c'è abituato, ma io di solito sono quella che non si ammala mai, e che non si fa mai male sul serio. Io me la cavo sempre da me. Ed è strano, molto strano, avere ogni tanto la prova tangibile che il tuo corpo non è a prova di bomba.
Finora mi sono evoluta: ho imparato a farmi le iniezioni da sola (Prossimo passo, autochirurgia! Ah ah. Magari no. No. Decisamente no.) e giro per casa in stampelle con marsupio e zainetto... e devo dire che finora me la sto cavando bene con certi stratagemmi.
Sto cercando di tirare fuori il meglio da una scomoda situazione, per come posso: mi spiace solo che mi sia stata negata un'esperienza di vita piacevole e me ne sia stata data invece in cambio una brutta.
Ma si sopravvive, e si spera solo che questo agosto passi. Questo agosto in cui, grazie ad un gesso, mi trovo mio malgrado ancora più bloccata, immobilizzata e impantanata sotto ogni aspetto, e aggiungiamoci anche che intanto si boccheggia nel troppo caldo e nell'atmosfera di desolazione estiva che odio.
Eppure tutto sommato il buon umore è tornato, e riesce a restare.
E almeno, non potendo fare proprio altro, si scrive.
È davvero triste che questo incidente mi sia capitato proprio adesso che anelavo soltanto ad un po' di indipendenza, cose da fare e tempo lontana da casa. Me la sono andata a cercare, e ora mi trovo in una condizione di limitazione e dipendenza maggiore di quanto abbia mai provato.
Sono almeno riuscita a fare metà delle cose che aveva in programma prima di farmi male, anche se devo comunque pagare lo scotto di un viaggio sfumato. Adesso invece, dovendomi muovere in casa con un piede ingessato e le stampelle, mi ritrovo a dipendere strettamente dagli altri, a dover sempre chiedere qualsiasi cosa, a dover fare la doccia seduta, a non poter fare neanche cose come sparecchiare la tavola o pulire camera mia, a dover tenere sempre le cose sottomano perché non posso raggiungerle, pensare prima a qualsiasi spostamento debba fare da un piano della casa all'altro. Sono cose a cui non si pensa mai veramente finché non ti ci ritrovi in mezzo. E meno male che, nel mio caso, si tratta solo di una condizione temporanea.
È una cosa che i primi giorni mi aveva lasciata molto abbattuta e, come un'automobilista, sempre, costantemente incazzata come una iena a spese di chiunque mi stava intorno. ^^
Il fatto è che non ci sono abituata. Nessuno c'è abituato, ma io di solito sono quella che non si ammala mai, e che non si fa mai male sul serio. Io me la cavo sempre da me. Ed è strano, molto strano, avere ogni tanto la prova tangibile che il tuo corpo non è a prova di bomba.
Finora mi sono evoluta: ho imparato a farmi le iniezioni da sola (Prossimo passo, autochirurgia! Ah ah. Magari no. No. Decisamente no.) e giro per casa in stampelle con marsupio e zainetto... e devo dire che finora me la sto cavando bene con certi stratagemmi.
Sto cercando di tirare fuori il meglio da una scomoda situazione, per come posso: mi spiace solo che mi sia stata negata un'esperienza di vita piacevole e me ne sia stata data invece in cambio una brutta.
Ma si sopravvive, e si spera solo che questo agosto passi. Questo agosto in cui, grazie ad un gesso, mi trovo mio malgrado ancora più bloccata, immobilizzata e impantanata sotto ogni aspetto, e aggiungiamoci anche che intanto si boccheggia nel troppo caldo e nell'atmosfera di desolazione estiva che odio.
Eppure tutto sommato il buon umore è tornato, e riesce a restare.
E almeno, non potendo fare proprio altro, si scrive.
lunedì 22 luglio 2013
Inveleniamoci
Quello del promoter è un lavoro duro e ingrato, che spero vivamente di non dovermi mai trovare costretta a fare. Ma, detto questo, ci sono certi aspetti di cui si farebbe volentieri a meno. Non tanto per il lavoro in sè: in fondo, offrire cose per strada è almeno un po' più sopportabile dei venditori porta a porta.
La cosa veramente sconcertante è la Metamorfosi.
La potete osservare nel momento esatto in cui pronunciate con garbo la parola "no".
Perché questi promoter hanno tutte le loro pose e frasi da amiconi, da imbonitori, da anima della festa che ti guarda come se fossi il loro fratellino perduto: devono saperlo fare per lavoro. Ok. Lo sappiamo. E giù sorrisoni, e ti salutano, e vogliono sapere tutto di te, ti si piazzano con la manina sulla spalla in posa plastica. Ma nemmeno i promoter delle associazioni benefiche -che almeno di solito hanno la scusante di trovarsi lì per una giusta causa e non per venderti fuffa- scampano alla Metamorfosi.
Scena con un tizio di un'associazione benefica che mi abborda in mezzo ad un'affollatissima fiera del fumetto:
"bla bla bla raccogliamo offerte per i bambini sfortunati, e tu la faccia da cattiva mi sembra che non ce l'hai!"
Stessa scena con due ragazze, lo stesso giorno, talmente mielose e affettuose che finisci per sperare che ti chiedano i soldi e bon, così puoi dire di no e finirla lì.
E tu hai un bello spiegare con la massima gentilezza che non ti interessa, e che anche se si tratta di associazioni benefiche non dai soldi a chi ti ferma per strada. E sottolineo il "cortesemente", perché una delle mie tare è non riuscire proprio ad essere scortese nemmeno con chi mi importuna, neanche con lo sconosciuto che mi fa l'interrogatorio alla fermata del bus.
Di' le paroline magiche: "grazie, no" e vedrai la loro maschera di amiconi sgretolarsi. Si sfasciano un pezzo alla volta, e finisce che un attimo dopo ti puntano come faine. Gli si fa l'occhietto tutto stretto e la bocca rigida. Ti fissano come se fossi la progenie di Satana e loro il prete venuto ad esorcizzarti.
Il tipo di prima si fa tutto stizzoso, sbuffa, gira sui tacchi e in tono studiatamente scazzato mi grida alle spalle: "Seee, vabbè, e poi i soldi al bar ce li diamo!"
Le tizie carine carine sono anche peggio: di colpo via la manina dalla spalla, che adesso gli fa schifo starti vicino, e nasini arricciati come chi è sottovento dal pescivendolo. E anche loro tono scazzato come pochi, più tono supponente con tanto di vezzeggiativi pronunciati con disprezzo.
"Vabbè, allora, amore, ridammi la spilletta!" sbottato in direzione dell'amico a cui lei stessa aveva ficcato in mano la spilletta per attaccare bottone.
Ora mi chiedo: ma è una tattica anche quella? Ve la insegnano al tirocinio per promoter? Mi raccomando, carini carini all'inizio, ma se vi dicono di no trattateli come merde così si sentono in colpa?
Cari miei, ve lo dico io che se uno si sente insultato per strada da uno che non è stato neanche lui ad avvicinare per primo, non si sente in colpa. Si incazza. E fa bene. Perchè se tu cortesemente mi chiedi dei soldi, io cortesemente ti dico di no, e tu mi mandi a cagare, io mi sento un attimino autorizzata a ricambiarti il favore.
Così ora siamo nervosi e incazzati in due: non è fantastico?
Che poi, io mi sono quasi abituata a sentirmi mandare a cagare dagli sconosciuti: sono quasi convinta di aver colto un "fuck you lady" bisbigliato da un tizio convinto che non capissi l'inglese mentre scuotevo la testa davanti al biglietto con cui fingeva di chiedere informazioni e in realtà chiedeva soldi.
Ma se lo fai di mestiere è un'altra storia. Se rispondevo tutta incazzata ai clienti che venivano in cassa quando ero commessa, agli utenti della biblioteca che mi chiedevano i libri, ai turisti che accoglievo al castello, io ci rimettevo il lavoro. E lì ne vedevo parecchi, di veramente maleducati. Se ti metti ad insultare tra le righe la gente ogni volta che ti dice di no, bimbo bello, cambia lavoro.
O almeno siate chiari fin dall'inizio.
Piantatevi in mezzo alla strada con una faccia da assassini, l'occhio spiritato e la penna in mano, e urlate in faccia alla gente: "Lasciate una firma contro la droga, grandissimi figli di puttana!".
Così almeno siete coerenti.
La cosa veramente sconcertante è la Metamorfosi.
La potete osservare nel momento esatto in cui pronunciate con garbo la parola "no".
Perché questi promoter hanno tutte le loro pose e frasi da amiconi, da imbonitori, da anima della festa che ti guarda come se fossi il loro fratellino perduto: devono saperlo fare per lavoro. Ok. Lo sappiamo. E giù sorrisoni, e ti salutano, e vogliono sapere tutto di te, ti si piazzano con la manina sulla spalla in posa plastica. Ma nemmeno i promoter delle associazioni benefiche -che almeno di solito hanno la scusante di trovarsi lì per una giusta causa e non per venderti fuffa- scampano alla Metamorfosi.
Scena con un tizio di un'associazione benefica che mi abborda in mezzo ad un'affollatissima fiera del fumetto:
"bla bla bla raccogliamo offerte per i bambini sfortunati, e tu la faccia da cattiva mi sembra che non ce l'hai!"
Stessa scena con due ragazze, lo stesso giorno, talmente mielose e affettuose che finisci per sperare che ti chiedano i soldi e bon, così puoi dire di no e finirla lì.
E tu hai un bello spiegare con la massima gentilezza che non ti interessa, e che anche se si tratta di associazioni benefiche non dai soldi a chi ti ferma per strada. E sottolineo il "cortesemente", perché una delle mie tare è non riuscire proprio ad essere scortese nemmeno con chi mi importuna, neanche con lo sconosciuto che mi fa l'interrogatorio alla fermata del bus.
Di' le paroline magiche: "grazie, no" e vedrai la loro maschera di amiconi sgretolarsi. Si sfasciano un pezzo alla volta, e finisce che un attimo dopo ti puntano come faine. Gli si fa l'occhietto tutto stretto e la bocca rigida. Ti fissano come se fossi la progenie di Satana e loro il prete venuto ad esorcizzarti.
Il tipo di prima si fa tutto stizzoso, sbuffa, gira sui tacchi e in tono studiatamente scazzato mi grida alle spalle: "Seee, vabbè, e poi i soldi al bar ce li diamo!"
Le tizie carine carine sono anche peggio: di colpo via la manina dalla spalla, che adesso gli fa schifo starti vicino, e nasini arricciati come chi è sottovento dal pescivendolo. E anche loro tono scazzato come pochi, più tono supponente con tanto di vezzeggiativi pronunciati con disprezzo.
"Vabbè, allora, amore, ridammi la spilletta!" sbottato in direzione dell'amico a cui lei stessa aveva ficcato in mano la spilletta per attaccare bottone.
Ora mi chiedo: ma è una tattica anche quella? Ve la insegnano al tirocinio per promoter? Mi raccomando, carini carini all'inizio, ma se vi dicono di no trattateli come merde così si sentono in colpa?
Cari miei, ve lo dico io che se uno si sente insultato per strada da uno che non è stato neanche lui ad avvicinare per primo, non si sente in colpa. Si incazza. E fa bene. Perchè se tu cortesemente mi chiedi dei soldi, io cortesemente ti dico di no, e tu mi mandi a cagare, io mi sento un attimino autorizzata a ricambiarti il favore.
Così ora siamo nervosi e incazzati in due: non è fantastico?
Che poi, io mi sono quasi abituata a sentirmi mandare a cagare dagli sconosciuti: sono quasi convinta di aver colto un "fuck you lady" bisbigliato da un tizio convinto che non capissi l'inglese mentre scuotevo la testa davanti al biglietto con cui fingeva di chiedere informazioni e in realtà chiedeva soldi.
Ma se lo fai di mestiere è un'altra storia. Se rispondevo tutta incazzata ai clienti che venivano in cassa quando ero commessa, agli utenti della biblioteca che mi chiedevano i libri, ai turisti che accoglievo al castello, io ci rimettevo il lavoro. E lì ne vedevo parecchi, di veramente maleducati. Se ti metti ad insultare tra le righe la gente ogni volta che ti dice di no, bimbo bello, cambia lavoro.
O almeno siate chiari fin dall'inizio.
Piantatevi in mezzo alla strada con una faccia da assassini, l'occhio spiritato e la penna in mano, e urlate in faccia alla gente: "Lasciate una firma contro la droga, grandissimi figli di puttana!".
Così almeno siete coerenti.
giovedì 17 gennaio 2013
domenica 2 settembre 2012
A tu per tu con Libro
Allora.
Libro.
Mounsier le Terzo Libro, e tutti voi personaggi che lo popolate, mi sa che è ora che facciamo una seria chiacchierata.
Il punto è che dobbiamo assolutamente fare qualcosa per lavorare sul nostro rapporto, altrimenti come al solito non concluderemo nulla. Il punto è che ho bisogno di voi, e non è carino mollarmi a piedi ad ogni pagina, ogni volta che cerco di buttare giù una scaletta o il punto della situazione, ogni volta che mi chiedo quale strada farvi prendere.
È inutile fare i difficili e ribellarsi, o fare gli offesi quando il mio interesse per voi cala, o fare i gelosi quando vedete presentarsi alla porta i protagonisti di altri progetti, magari meno rodati, ma più vivi e interessanti. È inutile fare il broncio e tirare fuori la scusa del "c'eravamo prima noi". Voi qui "ci siete prima" da un sacco di tempo. Da un sacco di anni. E i nuovi personaggi e le nuove idee magari adesso avrebbero voglia anche loro di proporsi, ed è giusto che io dia un'occasione anche a loro.
Il punto è, signor Terzo Libro, che io voglio finirti: perché ti voglio bene e ne voglio ai tuoi personaggi. Sì, non ho mai smesso, per quante volte abbia distolto l'attenzione o perso la speranza. Credo ancora in questa storia, sebbene io per prima le trovi un mucchio difetti. Credo nei suoi lati positivi. E credo che mi piaccia scriverla.
Il fatto è che voi, adesso, mi dovete dare una mano. Mi avete fatta tirare avanti per anni, vi siete rivoltati come calzini sotto i miei occhi, avete fatto cose che neanche pensavo doveste fare e mi avete quasi fatta impazzire col vostro trascinarvi svogliatamente per un paragrafo per poi partire a tutta birra per capitoli e capitoli, funzionando e sfavillando come mai avevate fatto prima, facendomi esaltare come un'invasata che non riusciva a credere che scrivere potesse essere così bello a volte.
Per questo motivo, adesso non è che potete continuare a fare le primedonne, funzionando se e quando volete voi. Volete accompagnarmi fino alla fine di questa storia?
Allora fatelo: facciamolo insieme, e vediamo di farlo bene. La mia non è fretta di finire: voglio divertirmi a scrivere questa storia, voglio che mi piaccia.
Al momento non mi importa più neanche dei miei dubbi, della mia convinzione che non sarà comunque pubblicabile. Ho capito che scrivere è più importante di pubblicare. Con un po' di tristezza, perché non c'è scrittore che non voglia assaggiare almeno una volta almeno una fettina della torta del successo, però la cosa più importante è scrivere, e io forse non riuscirò a credere del tutto in questa storia finché non avrò i tre libri finiti.
Perché vi siete rifatti vivi, se non per concludere degnamente questa cosa? Preferivate che lasciassi la storia così com'era? Infantile, illogica, impubblicabile, ma finita? Vi ho già dato una seconda chance: vi ho dato tutte le chance che potevo darvi, perché credo in voi. E perché mi piace scrivere.
Adesso però è ora di tornare in riga. Quindi, se volete aiutarmi a finire e a finire bene, tornate tutti qui e datemi una mano.
Libro.
Mounsier le Terzo Libro, e tutti voi personaggi che lo popolate, mi sa che è ora che facciamo una seria chiacchierata.
Il punto è che dobbiamo assolutamente fare qualcosa per lavorare sul nostro rapporto, altrimenti come al solito non concluderemo nulla. Il punto è che ho bisogno di voi, e non è carino mollarmi a piedi ad ogni pagina, ogni volta che cerco di buttare giù una scaletta o il punto della situazione, ogni volta che mi chiedo quale strada farvi prendere.
È inutile fare i difficili e ribellarsi, o fare gli offesi quando il mio interesse per voi cala, o fare i gelosi quando vedete presentarsi alla porta i protagonisti di altri progetti, magari meno rodati, ma più vivi e interessanti. È inutile fare il broncio e tirare fuori la scusa del "c'eravamo prima noi". Voi qui "ci siete prima" da un sacco di tempo. Da un sacco di anni. E i nuovi personaggi e le nuove idee magari adesso avrebbero voglia anche loro di proporsi, ed è giusto che io dia un'occasione anche a loro.
Il punto è, signor Terzo Libro, che io voglio finirti: perché ti voglio bene e ne voglio ai tuoi personaggi. Sì, non ho mai smesso, per quante volte abbia distolto l'attenzione o perso la speranza. Credo ancora in questa storia, sebbene io per prima le trovi un mucchio difetti. Credo nei suoi lati positivi. E credo che mi piaccia scriverla.
Il fatto è che voi, adesso, mi dovete dare una mano. Mi avete fatta tirare avanti per anni, vi siete rivoltati come calzini sotto i miei occhi, avete fatto cose che neanche pensavo doveste fare e mi avete quasi fatta impazzire col vostro trascinarvi svogliatamente per un paragrafo per poi partire a tutta birra per capitoli e capitoli, funzionando e sfavillando come mai avevate fatto prima, facendomi esaltare come un'invasata che non riusciva a credere che scrivere potesse essere così bello a volte.
Per questo motivo, adesso non è che potete continuare a fare le primedonne, funzionando se e quando volete voi. Volete accompagnarmi fino alla fine di questa storia?
Allora fatelo: facciamolo insieme, e vediamo di farlo bene. La mia non è fretta di finire: voglio divertirmi a scrivere questa storia, voglio che mi piaccia.
Al momento non mi importa più neanche dei miei dubbi, della mia convinzione che non sarà comunque pubblicabile. Ho capito che scrivere è più importante di pubblicare. Con un po' di tristezza, perché non c'è scrittore che non voglia assaggiare almeno una volta almeno una fettina della torta del successo, però la cosa più importante è scrivere, e io forse non riuscirò a credere del tutto in questa storia finché non avrò i tre libri finiti.
Perché vi siete rifatti vivi, se non per concludere degnamente questa cosa? Preferivate che lasciassi la storia così com'era? Infantile, illogica, impubblicabile, ma finita? Vi ho già dato una seconda chance: vi ho dato tutte le chance che potevo darvi, perché credo in voi. E perché mi piace scrivere.
Adesso però è ora di tornare in riga. Quindi, se volete aiutarmi a finire e a finire bene, tornate tutti qui e datemi una mano.
sabato 2 giugno 2012
Non ho sentito Maggio
È proprio così: non ho sentito maggio. O meglio, l'ho sentito passare come un treno sferragliante e sbuffante, ma è passato con la stessa rapidità, quasi senza fermarsi neppure un attimo.
C'è da dire che nel frattempo ho compiuto ventidue anni, ho passato delle gran serate piacevoli e ho fatto un intenso mese di lavoro: il rovescio della medaglia sono come al solito le settimane così piene e frenetiche da provocarmi perdita della memoria a breve termine; giuro che quando capitano questi (rari) periodi fatico perfino a ricordarmi che cosa ho fatto il giorno prima, o se il tale avvenimento è accaduto ieri o due settimane prima.
Nel complesso, posso dire che va bene. Va molto bene: non ho neppure sentito il terremoto di alcuni giorni fa (ero in macchina, e lontana da casa), che non ha toccato casa mia né la mia città pur facendosi sentire, ma che ha causato un piccolo disastro a soli pochi chilometri da qui.
Questo maggio ho anche finito di scrivere il mio secondo libro e il quarto episodio di una fanfiction epocale, ma, dal giorno in cui ho scritto la parola "fine" in fondo a tutte e due, non ho quasi più scritto una riga di altro. Ho buttato giù un sacco di appunti e schizzi random, ma non mi sono ancora decisa ad aprire un nuovo progetto. Sono in una "pausa tra un caso e l'altro" alla Sherlock Holmes.
Oggi ho avuto un sabato di pausa nel modo migliore che potessi desiderare: casa tutta per me, riposato quanto ne avevo bisogno, cazzeggiato al computer, mangiato quello che mi andava, e poi pomeriggio passato con un'amica al bar e in fumetteria, per poi finire alla sera con lavoretti di casa e poi spaparanzata davanti ad uno dei tanti film che amo guardare a ripetizione. (in modo leggermente autistico, come non manco di notare ^^)
Il lavoro è molto soddisfacente, con i suoi pregi e difetti. L'ambiente, però, mi ha dato modo di fare una riflessione su me stessa, ma non necessariamente in positivo.
Mi sono resa conto che, dopo l'ombra oscura degli anni delle medie, dopo la lenta guarigione nei primi anni di liceo, non mi sono liberata dall'ossessione per il giudizio degli altri. È così: per un po' ho creduto di potermi dire orgogliosamente libera e incurante di qualsiasi verdetto o giudizio, ma sfortunatamente non è affatto così. Sono ancora succube del giudizio degli altri, anche quando "gli altri" sono una massa indistinta, senza nome, sicuramente meno importante delle persone vere e reali con cui passo il tempo e con le quali non avrei ragione di vergognarmi o censurarmi. E invece no. Per qualche motivo, mi rendo conto che a livello inconscio sono rimasta la ragazzina che cerca approvazione e soffre se non la riceve. Mi irrito nel vedermi considerare una creaturina timida e indifesa, ma non faccio niente per dissimulare l'impressione. Non sono ancora capace di fare semplicemente quel che voglio senza sentirmi preoccupata per ciò che penseranno di me. So che è solo un altro dei piccoli, fastidiosi demoni con cui si deve convivere, ma a volte mi ferisce e mi irrita constatare che -dopo tutto questo tempo- sono ancora lì.
Comunque, considerato l'ammontare di materiale che ho ricevuto in prestito, giugno si prospetta, come dire... pieno!
C'è da dire che nel frattempo ho compiuto ventidue anni, ho passato delle gran serate piacevoli e ho fatto un intenso mese di lavoro: il rovescio della medaglia sono come al solito le settimane così piene e frenetiche da provocarmi perdita della memoria a breve termine; giuro che quando capitano questi (rari) periodi fatico perfino a ricordarmi che cosa ho fatto il giorno prima, o se il tale avvenimento è accaduto ieri o due settimane prima.
Nel complesso, posso dire che va bene. Va molto bene: non ho neppure sentito il terremoto di alcuni giorni fa (ero in macchina, e lontana da casa), che non ha toccato casa mia né la mia città pur facendosi sentire, ma che ha causato un piccolo disastro a soli pochi chilometri da qui.
Questo maggio ho anche finito di scrivere il mio secondo libro e il quarto episodio di una fanfiction epocale, ma, dal giorno in cui ho scritto la parola "fine" in fondo a tutte e due, non ho quasi più scritto una riga di altro. Ho buttato giù un sacco di appunti e schizzi random, ma non mi sono ancora decisa ad aprire un nuovo progetto. Sono in una "pausa tra un caso e l'altro" alla Sherlock Holmes.
Oggi ho avuto un sabato di pausa nel modo migliore che potessi desiderare: casa tutta per me, riposato quanto ne avevo bisogno, cazzeggiato al computer, mangiato quello che mi andava, e poi pomeriggio passato con un'amica al bar e in fumetteria, per poi finire alla sera con lavoretti di casa e poi spaparanzata davanti ad uno dei tanti film che amo guardare a ripetizione. (in modo leggermente autistico, come non manco di notare ^^)
Il lavoro è molto soddisfacente, con i suoi pregi e difetti. L'ambiente, però, mi ha dato modo di fare una riflessione su me stessa, ma non necessariamente in positivo.
Mi sono resa conto che, dopo l'ombra oscura degli anni delle medie, dopo la lenta guarigione nei primi anni di liceo, non mi sono liberata dall'ossessione per il giudizio degli altri. È così: per un po' ho creduto di potermi dire orgogliosamente libera e incurante di qualsiasi verdetto o giudizio, ma sfortunatamente non è affatto così. Sono ancora succube del giudizio degli altri, anche quando "gli altri" sono una massa indistinta, senza nome, sicuramente meno importante delle persone vere e reali con cui passo il tempo e con le quali non avrei ragione di vergognarmi o censurarmi. E invece no. Per qualche motivo, mi rendo conto che a livello inconscio sono rimasta la ragazzina che cerca approvazione e soffre se non la riceve. Mi irrito nel vedermi considerare una creaturina timida e indifesa, ma non faccio niente per dissimulare l'impressione. Non sono ancora capace di fare semplicemente quel che voglio senza sentirmi preoccupata per ciò che penseranno di me. So che è solo un altro dei piccoli, fastidiosi demoni con cui si deve convivere, ma a volte mi ferisce e mi irrita constatare che -dopo tutto questo tempo- sono ancora lì.
Comunque, considerato l'ammontare di materiale che ho ricevuto in prestito, giugno si prospetta, come dire... pieno!
domenica 6 maggio 2012
E due.
Senza neanche l'ombra di un editore, senza i soldi per la più misera auto-pubblicazione, senza nemmeno idea se quello che sto scrivendo sia pubblicabile oppure no, senza sapere se qualche lettore potrebbe trovarlo buono come lo trovo io...
...oggi anche il secondo libro è finito.
Lasciatemi almeno l'intima soddisfazione di questa piccola conquista.
...oggi anche il secondo libro è finito.
Lasciatemi almeno l'intima soddisfazione di questa piccola conquista.
martedì 1 maggio 2012
L'ennesima, inutile diatriba vampirica
Lo prometto, questa sarà l'ultima volta che paragonerò qualcosa a... quel libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo.
Se ne è detto tanto, troppo. In realtà, io non credo che quella serie sia molto peggio di tanti libri passati, presenti e futuri. La cosa che veramente mi sconcerta è che un libro oggettivamente mediocre abbia fatto tanto scalpore. Ma non ho assolutamente nulla contro chi lo legge e lo apprezza. Ma tanto, coloro che lo amano e coloro che lo odiano hanno in comune una cosa: entrambi ne parlano troppo.
Dato che io mi sono recentemente e felicemente data ai vampiri pre-twi...quel libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo, ho liberamente tratto le mie personali conclusioni da due lire.
Intanto, è troppo facile prendere in giro i vampiri della S.M. Puntare il dito sul fatto che al sole la loro pelle scintilla, che non si nutrono di sangue umano, che continuano a frequentare la scuola per secoli e secoli, è troppo facile e in fin dei conti è poco leale. Premessa: i "veri vampiri" non esistono. Puntare il dito su "i veri vampiri non fanno così" non è un discorso che regge: perfino Bram Stoker aveva deciso che il suo Dracula poteva camminare alla luce del sole. (Ma grazie al cielo lui non brillava. Eddai, lasciatemelo dire...) Questo vuol dire che uno scrittore ha la libertà di fare quello che vuole di una creatura leggendaria: ovvio che poi un lettore può non gradire, mentre un altro sì. Amen.
Non è tanto il fatto di come la S.M. ha realizzato i suoi vampiri: anzi, direi che nei suoi libri, il fatto di essere vampiri è un mero accessorio. È questo il peccato. Il signor Cullen potrebbe anche essere una sirenetta di Atlantide, e questo cambierebbe poco alla storia: la trama è La storia d'amore, tutto ruota attorno ad essa e attorno ad essa si consumerà.
Prima cosa che non mi garba. Ma ad altri lettori invece può piacere molto.
La cosa preoccupante sono i valori che vengono trasmessi da questo romanzetto all'apparenza semplice, facile da leggere e senza particolari slanci di fantasia. A me rattrista pensare che faccia tanta presa un libro i cui punti cardine sono:
- Senza un fidanzato non sei nessuno
- L'uomo ha il diritto di prendere decisioni riguardo voi due senza consultarti e senza il tuo consenso
- L'unico modo in cui puoi fare ragionare un uomo è fare leva sull'attrazione che prova per te e quindi offrirti come merce di scambio
- Hai il diritto di trattare come pezze da piedi due ragazzi innamorati di te
- Lo stalking è una cosa bella e romantica
Eccetera, eccetera, eccetera. Mi sto dilungando e non volevo: ne ho parlato troppo e fin troppe volte.
Arriviamo al punto: qualcuno potrebbe giustamente obiettare che i "vecchi vampiri", in quanto a vizi, non sono tanto meglio dei vampiri odierni. Rimproveriamo a mr Cullen di essere uno stalker e un pedofilo: cosa posso rispondere io, che amo la saga di Anne Rice? (intesa come la prima trilogia: andando avanti tende ad avere delle cadute di stile.)
Analizziamo la situazione: nei romanzi della Rice abbiamo un'ampia gamma di personaggi principali che possiamo accusare a colpo sicuro di stalking, omicidio, stupro, pedofilia, incesto, mutilazione, tortura, abuso morale e fisico in qualsiasi senso. E via allegramente.
Ma qual è la sostanziale differenza?
In twilight, ogni azione, anche quelle moralmente discutibili, ci vengono presentate come qualcosa di bello, struggente e romantico.
Nei libri di Anne Rice, niente di tutto quello che ho citato prima viene presentato come qualcosa di bello, giustificabile o positivo. Viene presentato per quello che è.
È questa la libertà dei libri. Il poter leggere di cose cattive, disturbanti, e riconoscerle per quelle che sono: non nascondendole dietro una patina di buonismo. In tutti i libri della Rice, le azioni evidentemente amorali sono presentate per quello che sono: c'è la paura, c'è la ripugnanza, c'è l'intima sensazione che qualcosa non vada, che ci sia qualcosa di sbagliato, eppure lo accetti perché è questo il gioco: capire che si è arrivati in un mondo in cui si cammina sul limite della moralità. E lo accetti. Ci stai: sei disposto a pagare il prezzo. Perché i personaggi sono abbastanza carismatici e completi per indurti a fare un pezzo di strada insieme a loro.
C'è l'aspetto bello, fantastico, avventuroso, perfino quello comico (adoro come la Rice scherza coi suoi stessi personaggi): non ho mai visto dei vampiri tanto innamorati della vita come nelle Vampire Chronicles.
Ma l'aspetto cattivo o disturbante non viene mai ignorato o edulcorato. Non ci viene presentato nulla di "ideale", anzi, i personaggi sbagliano, inciampano, fanno soffrire le persone che amano e ne pagano il prezzo per i secoli a venire.
E poi, al centro della storia c'è l'immortalità: il significato dell'immortalità, e con esso anche della vita. È qualcosa di stupendo! C'è anche l'amore, ma non è né il fine né il mezzo: "la storia d'amore" non sarà mai al centro della vicenda; siamo molto al di là anche della dimensione umana di amore. I legami amorosi ci sono, finché durano. Se non durano, al massimo ci ribecchiamo tra duecento anni. ^^
E aiuta anche a capire come "stare insieme per sempre" (quando il per sempre è moooolto tempo) sia un concetto grandemente sopravvalutato.
L'unica cosa che mi sento di continuare a dire, è che questo libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo è e resterà un libro sull'importanza di avere un fidanzato, mentre molti altri scrittori hanno saputo usare la stessa leggenda per parlare della vita, l'universo e tutto quanto.
Che ciascuno scelga il vampiro che gli piace di più. Non ne parlerò ancora.
Se ne è detto tanto, troppo. In realtà, io non credo che quella serie sia molto peggio di tanti libri passati, presenti e futuri. La cosa che veramente mi sconcerta è che un libro oggettivamente mediocre abbia fatto tanto scalpore. Ma non ho assolutamente nulla contro chi lo legge e lo apprezza. Ma tanto, coloro che lo amano e coloro che lo odiano hanno in comune una cosa: entrambi ne parlano troppo.
Dato che io mi sono recentemente e felicemente data ai vampiri pre-twi...quel libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo, ho liberamente tratto le mie personali conclusioni da due lire.
Intanto, è troppo facile prendere in giro i vampiri della S.M. Puntare il dito sul fatto che al sole la loro pelle scintilla, che non si nutrono di sangue umano, che continuano a frequentare la scuola per secoli e secoli, è troppo facile e in fin dei conti è poco leale. Premessa: i "veri vampiri" non esistono. Puntare il dito su "i veri vampiri non fanno così" non è un discorso che regge: perfino Bram Stoker aveva deciso che il suo Dracula poteva camminare alla luce del sole. (Ma grazie al cielo lui non brillava. Eddai, lasciatemelo dire...) Questo vuol dire che uno scrittore ha la libertà di fare quello che vuole di una creatura leggendaria: ovvio che poi un lettore può non gradire, mentre un altro sì. Amen.
Non è tanto il fatto di come la S.M. ha realizzato i suoi vampiri: anzi, direi che nei suoi libri, il fatto di essere vampiri è un mero accessorio. È questo il peccato. Il signor Cullen potrebbe anche essere una sirenetta di Atlantide, e questo cambierebbe poco alla storia: la trama è La storia d'amore, tutto ruota attorno ad essa e attorno ad essa si consumerà.
Prima cosa che non mi garba. Ma ad altri lettori invece può piacere molto.
La cosa preoccupante sono i valori che vengono trasmessi da questo romanzetto all'apparenza semplice, facile da leggere e senza particolari slanci di fantasia. A me rattrista pensare che faccia tanta presa un libro i cui punti cardine sono:
- Senza un fidanzato non sei nessuno
- L'uomo ha il diritto di prendere decisioni riguardo voi due senza consultarti e senza il tuo consenso
- L'unico modo in cui puoi fare ragionare un uomo è fare leva sull'attrazione che prova per te e quindi offrirti come merce di scambio
- Hai il diritto di trattare come pezze da piedi due ragazzi innamorati di te
- Lo stalking è una cosa bella e romantica
Eccetera, eccetera, eccetera. Mi sto dilungando e non volevo: ne ho parlato troppo e fin troppe volte.
Arriviamo al punto: qualcuno potrebbe giustamente obiettare che i "vecchi vampiri", in quanto a vizi, non sono tanto meglio dei vampiri odierni. Rimproveriamo a mr Cullen di essere uno stalker e un pedofilo: cosa posso rispondere io, che amo la saga di Anne Rice? (intesa come la prima trilogia: andando avanti tende ad avere delle cadute di stile.)
Analizziamo la situazione: nei romanzi della Rice abbiamo un'ampia gamma di personaggi principali che possiamo accusare a colpo sicuro di stalking, omicidio, stupro, pedofilia, incesto, mutilazione, tortura, abuso morale e fisico in qualsiasi senso. E via allegramente.
Ma qual è la sostanziale differenza?
In twilight, ogni azione, anche quelle moralmente discutibili, ci vengono presentate come qualcosa di bello, struggente e romantico.
Nei libri di Anne Rice, niente di tutto quello che ho citato prima viene presentato come qualcosa di bello, giustificabile o positivo. Viene presentato per quello che è.
È questa la libertà dei libri. Il poter leggere di cose cattive, disturbanti, e riconoscerle per quelle che sono: non nascondendole dietro una patina di buonismo. In tutti i libri della Rice, le azioni evidentemente amorali sono presentate per quello che sono: c'è la paura, c'è la ripugnanza, c'è l'intima sensazione che qualcosa non vada, che ci sia qualcosa di sbagliato, eppure lo accetti perché è questo il gioco: capire che si è arrivati in un mondo in cui si cammina sul limite della moralità. E lo accetti. Ci stai: sei disposto a pagare il prezzo. Perché i personaggi sono abbastanza carismatici e completi per indurti a fare un pezzo di strada insieme a loro.
C'è l'aspetto bello, fantastico, avventuroso, perfino quello comico (adoro come la Rice scherza coi suoi stessi personaggi): non ho mai visto dei vampiri tanto innamorati della vita come nelle Vampire Chronicles.
Ma l'aspetto cattivo o disturbante non viene mai ignorato o edulcorato. Non ci viene presentato nulla di "ideale", anzi, i personaggi sbagliano, inciampano, fanno soffrire le persone che amano e ne pagano il prezzo per i secoli a venire.
E poi, al centro della storia c'è l'immortalità: il significato dell'immortalità, e con esso anche della vita. È qualcosa di stupendo! C'è anche l'amore, ma non è né il fine né il mezzo: "la storia d'amore" non sarà mai al centro della vicenda; siamo molto al di là anche della dimensione umana di amore. I legami amorosi ci sono, finché durano. Se non durano, al massimo ci ribecchiamo tra duecento anni. ^^
E aiuta anche a capire come "stare insieme per sempre" (quando il per sempre è moooolto tempo) sia un concetto grandemente sopravvalutato.
L'unica cosa che mi sento di continuare a dire, è che questo libro per adolescenti sui vampiri famoso in tutto il mondo è e resterà un libro sull'importanza di avere un fidanzato, mentre molti altri scrittori hanno saputo usare la stessa leggenda per parlare della vita, l'universo e tutto quanto.
Che ciascuno scelga il vampiro che gli piace di più. Non ne parlerò ancora.
mercoledì 28 marzo 2012
Fuck yeah.
*esame da Guida (non di automobile)*
"...Voi, mi raccomando, dovete fare attenzione a non perdervi tra gli argomenti, a scegliere le cose da dire, ecc. ecc..."
*occhiata nella mia direzione*
"Tu vai bene."
*dialogo all'interno della mia testa*
"Ehi, ma... Autostima! Che bello rivederti! Dove sei stata tutto questo tempo?"
"...Sotto le tue suole, carogna!!!"
"...Voi, mi raccomando, dovete fare attenzione a non perdervi tra gli argomenti, a scegliere le cose da dire, ecc. ecc..."
*occhiata nella mia direzione*
"Tu vai bene."
*dialogo all'interno della mia testa*
"Ehi, ma... Autostima! Che bello rivederti! Dove sei stata tutto questo tempo?"
"...Sotto le tue suole, carogna!!!"
martedì 27 marzo 2012
Sempre parlando di coerenza
Presupposti:
- Non ho mai lavorato coi bambini e mi lasciano indifferente.
- Guidare a lungo mi mette ansia.
- Mi intartaglio se devo parlare in pubblico.
- Non amo la "gente".
Risultato:
Venire scelta per un lavoro di guida turistica e animatrice in costume, ad un'ora e 10 di auto da casa.
Senso: la mia vita non ne ha!
- Non ho mai lavorato coi bambini e mi lasciano indifferente.
- Guidare a lungo mi mette ansia.
- Mi intartaglio se devo parlare in pubblico.
- Non amo la "gente".
Risultato:
Venire scelta per un lavoro di guida turistica e animatrice in costume, ad un'ora e 10 di auto da casa.
Senso: la mia vita non ne ha!
lunedì 9 gennaio 2012
Psycho
"Lo vedi quel tipo laggiù?"
"Quello che è appena passato dal banco prestiti? Sì, che c'è?"
"Sai che è un assassino?"
"..."
"Hai visto come ha reagito male quella?"
"Sì, santo dio, e solo perché io avevo fila... e che cacchio!"
"Ma infatti credo che sia una psicopatica: guardale gli occhi, ha proprio lo sguardo da killer!"
"..."
Magari, ma dico magari, non è che potrebbero indicarmeli PRIMA gli psicopatici omicidi, così evito in tutti i modi di essere involontariamente scortese SOPRATTUTTO con loro???
"Quello che è appena passato dal banco prestiti? Sì, che c'è?"
"Sai che è un assassino?"
"..."
"Hai visto come ha reagito male quella?"
"Sì, santo dio, e solo perché io avevo fila... e che cacchio!"
"Ma infatti credo che sia una psicopatica: guardale gli occhi, ha proprio lo sguardo da killer!"
"..."
Magari, ma dico magari, non è che potrebbero indicarmeli PRIMA gli psicopatici omicidi, così evito in tutti i modi di essere involontariamente scortese SOPRATTUTTO con loro???
sabato 7 gennaio 2012
Letterariamente
Dopo una settimana di compagnia, chiacchiere, orari improbabili, lunghissime camminate e locali vampireschi, è strano ritrovarsi il sabato mattina da sola, in silenzio, con l'aria fredda e il cielo limpido fuori dalla finestra e tutta la giornata libera davanti.
Sono i momenti in cui mi torna la voglia di leggere e, contemporaneamente, la voglia di scrivere. Saranno i cambiamenti e i ritmi degli ultimi mesi, però devo riconoscere con una certa dose di scocciatura che sono diventata spaventosament epigra per quanto riguarda la scrittura: non ho mai smesso di vivere le scene nella mia testa come se fossero reali, né di sentire incessantemente la voce dei miei personaggi mentre me li immagino in questa o in quella situazione. È come avere un proiettore dietro la retina acceso ad ogni ora del giorno o della notte, ma non è semplice trovare la forza di rimettermi lì, buona, e cominciare il lungo lavoro di trasformare le immagini in parole. Mi piace scrivere, ma a volte faccio fatica. E forse il motivo è proprio l'essere diventata più esigente e severa con me stessa, che da una parte mi aiuta a impegnarmi nello scrivere cose di buona qualità, dall'altra mi spaventa e mi frena la fantasia. Riuscirò mai a trovare il giusto equilibrio tra rigore e libertà?
A tal proposito, potrei finalmente mettermi a rispondermi alle disquisizioni letterarie di un mio amico. Absurd is The Way è il suo antro, la Letteratura dell'Assurdo il suo credo, Douglas Adams il suo maestro, e il fuffoso Formichiere il suo vessillo.
Da un po' di tempo ho scoperto che io e Tro abbiamo in comune la passione per la scrittura, e qualche volta abbiamo avuto modo di parlare di letteratura, dello scrivere, di libri, della necessità o meno di essere pubblicati, e cose così. Una delle cose che, nonostante tutto, stridono tra di noi, è il fatto che io non sia del tutto convinta dalla sua letteratura dell'Assurdo.
Col "non essere convinta" intendo che non mi piace? No.
Allora intendo che lui non dovrebbe "perdere tempo" a scrivere Assurdo. No.
Intendo forse dire che non ritengo l'Assurdo una letteratura? No.
Per quanto ne so -e in giro per la rete c'è tanta gente più esperta di me in questo campo- la letteratura dell'Assurdo esiste già da anni, e credo proprio che se ne ritrovino stralci in correnti come lo steampunk, il weird e la bizarro fiction. Douglas Adams e la sua Guida Galattica per gli Autostoppisti è un buon esempio, per un assaggio di letteratura dell'Assurdo con, tuttavia, una vera trama alle spalle. Se invece volete un po' di Assurdo allo stato brado, leggete il blog di Tro: vi consiglio i pezzi sul Natale, la Genesi e sul prezioso contributo del Formichiere nell'evoluzione delle scimmie.
Tornando a noi: le discussioni che abbiamo avuto sulla Letteratura dell'Assurdo toccavano diversi punti; dal fatto che si scrive per essere letti, al fatto che l'Assurdo sia un piacere per chi lo scrive, ma non per chi poi lo legge, o che la vera abilità di uno scrittore sia raccontare storie sì "canoniche", ma in modi che le fanno suonare sempre nuove e straordinarie. Ma abbiamo modi di scrivere diversi, e credo che non arriveremo mai ad un comune accordo: tuttavia, lui si è rivelato in grado di scrivere sia di Assurdo che di narrativa realistica (e, da scrittore a scrittore, io credo che abbia davvero del talento) e questo è un punto a suo favore.
"Perché non ti piace leggere di Assurdo?" mi è stato chiesto. Be', non sempre, replico. Il fatto è che, quando leggo, voglio immedesimarmi in quello che leggo, e con l'Assurdo non sempre ci riesco: occorre una sorta di vicinanza mentale e spirituale con lo scrittore di Assurdo. Proprio per questo mi sono piaciuti molto alcuni pezzi, in cui la colata calda e schiumosa di parole riusciva a trasmettermi esattamente le sensazioni che intendevano trasmettermi, mentre altri pezzi di letteratura Assurda mi sono sembrati semplicemente... assurdi, distanti dietro un vetro, come se guardassi da lontano la registrazioni dei sogni di qualcun altro. Penso che sia perché, nella letteratura Assurda, l'immedesimazione non è facile e spesso non garantita. Penso che si scriva e si legga soprattutto per sapere che non si è soli, che altri, nel mondo, hanno provato esattamente quello che proviamo noi.
"Perché non scrivi anche tu di Assurdo?" mi è stato chiesto. Ora, appurato che ciascuno scrive per descrivere quello che ha dentro, posso affermare che quello che c'è dentro la mia testa sono scene. Parlavo prima del proiettore mai spento: è questo che faccio mentre scrivo; racconto tutto quello che il proiezionista instancabile che vive dietro la mia retina manda in onda a getto continuo. A me piace la teoria di Stephen King.
"Da insegnante ho sempre insistito sulla semplicità. Che si tratti di narrativa o di saggistica, conta solo una domanda, e una risposta. <Cosa accade?> chiede il lettore. <Questo... E questo... E anche questo.> risponde lo scrittore."
Scrivo perché mi piace questo. A me piace raccontare che cosa succede, che cosa fa un personaggio, perché lo fa, che cosa pensa e cosa lo spinge a fare certe cose. Mi piace essere sulla spalla di un personaggio, dietro di lui o dentro la sua testa. Quindi non scrivo Assurdo semplicemente perché non mi è congeniale, perché vi trovo meno piacere di quello che trovo a scrivere di narrativa, ma non per questo voglio dire che non mi piace o che lo ritengo spazzatura. Affatto. Credo nella libertà di scrivere ciò che si vuole, ciò che ci dà il piacere immediato nello scriverlo e/o il piacere di rileggerlo, e anche nel potere liberatorio di scrivere qualcosa di completamente Assurdo. Credo più alla necessità di piccole quantità di Assurdo in storie comuni, perché spesso è la minima quantità a fare il massimo effetto.
Non mi piace l'assurdo e la bizzarria fine a sé stesse, l'arrogante snobismo di chi ti sbatte in faccia una storia scritta con i piedi e alle tue critiche protesta: "Ma guarda, tu non capisci! La tua visione è così disgustosamente limitata! Non è Assurdo? Non è Bizarro? Non è geniale e totalmente fuori dai canoni? Questa è vera letteratura, questa è vera scrittura, non quella di voi pecoroni strozzati dalla convenzione!"
Beninteso che non sto parlando di Absurd is The Way, ma di altri blog che ho avuto modo di visitare per anni, facendomi un'idea di chi li scriveva. Per me, vale sempre la regola che tu puoi scrivere tutto quello che vuoi, ma nel momento in cui me la fai leggere io sono libera di dirti che a me fa schifo. E non vale rispondermi che mi fa schifo perché sono così terribilmente out e di mente chiusa.
Ho trovato un estratto da un'intervista volta a spiegare il genere Bizarro, che vi riporto qui:
Non mi piace l'accanimento contro la Convenzione. Sarebbe come dire che tutto ciò che è convenzionale, anche solo raccontare una storia con inizio, svolgimento e fine (che, come sappiamo, possono anche essere scambiati come preferiamo) è male, banale, noioso e costrittivo, e chi segue la convenzione non è altro che un povero narratore frustrato al quale hanno tarpato le ali. No. Perché mai? Si possono raccontare storie sempre nuove e vive, come nessuno ha mai fatto prima, anche con semplici regole elementari. Anche le note musicali, di base, sono solo sette, no?
Non esiste un modo giusto di raccontare. Ma soprattutto, non credo che ci sia bisogno di trovare continuamente giustificazioni alla letteratura e allo scrivere. Di che cosa dovremmo mai giustificarci? Noi scriviamo. Tutto qui. Cosa, è il gradino successivo. Ma prima di tutto scriviamo. Quindi, meno lunghe e intricate disquisizioni sul perché si dovrebbe o non si dovrebbe scrivere, e scriviamo di più. Di qualunque cosa.
Inchino, e spade nel fodero.
Sono i momenti in cui mi torna la voglia di leggere e, contemporaneamente, la voglia di scrivere. Saranno i cambiamenti e i ritmi degli ultimi mesi, però devo riconoscere con una certa dose di scocciatura che sono diventata spaventosament epigra per quanto riguarda la scrittura: non ho mai smesso di vivere le scene nella mia testa come se fossero reali, né di sentire incessantemente la voce dei miei personaggi mentre me li immagino in questa o in quella situazione. È come avere un proiettore dietro la retina acceso ad ogni ora del giorno o della notte, ma non è semplice trovare la forza di rimettermi lì, buona, e cominciare il lungo lavoro di trasformare le immagini in parole. Mi piace scrivere, ma a volte faccio fatica. E forse il motivo è proprio l'essere diventata più esigente e severa con me stessa, che da una parte mi aiuta a impegnarmi nello scrivere cose di buona qualità, dall'altra mi spaventa e mi frena la fantasia. Riuscirò mai a trovare il giusto equilibrio tra rigore e libertà?
A tal proposito, potrei finalmente mettermi a rispondermi alle disquisizioni letterarie di un mio amico. Absurd is The Way è il suo antro, la Letteratura dell'Assurdo il suo credo, Douglas Adams il suo maestro, e il fuffoso Formichiere il suo vessillo.
Da un po' di tempo ho scoperto che io e Tro abbiamo in comune la passione per la scrittura, e qualche volta abbiamo avuto modo di parlare di letteratura, dello scrivere, di libri, della necessità o meno di essere pubblicati, e cose così. Una delle cose che, nonostante tutto, stridono tra di noi, è il fatto che io non sia del tutto convinta dalla sua letteratura dell'Assurdo.
Col "non essere convinta" intendo che non mi piace? No.
Allora intendo che lui non dovrebbe "perdere tempo" a scrivere Assurdo. No.
Intendo forse dire che non ritengo l'Assurdo una letteratura? No.
Per quanto ne so -e in giro per la rete c'è tanta gente più esperta di me in questo campo- la letteratura dell'Assurdo esiste già da anni, e credo proprio che se ne ritrovino stralci in correnti come lo steampunk, il weird e la bizarro fiction. Douglas Adams e la sua Guida Galattica per gli Autostoppisti è un buon esempio, per un assaggio di letteratura dell'Assurdo con, tuttavia, una vera trama alle spalle. Se invece volete un po' di Assurdo allo stato brado, leggete il blog di Tro: vi consiglio i pezzi sul Natale, la Genesi e sul prezioso contributo del Formichiere nell'evoluzione delle scimmie.
Tornando a noi: le discussioni che abbiamo avuto sulla Letteratura dell'Assurdo toccavano diversi punti; dal fatto che si scrive per essere letti, al fatto che l'Assurdo sia un piacere per chi lo scrive, ma non per chi poi lo legge, o che la vera abilità di uno scrittore sia raccontare storie sì "canoniche", ma in modi che le fanno suonare sempre nuove e straordinarie. Ma abbiamo modi di scrivere diversi, e credo che non arriveremo mai ad un comune accordo: tuttavia, lui si è rivelato in grado di scrivere sia di Assurdo che di narrativa realistica (e, da scrittore a scrittore, io credo che abbia davvero del talento) e questo è un punto a suo favore.
"Perché non ti piace leggere di Assurdo?" mi è stato chiesto. Be', non sempre, replico. Il fatto è che, quando leggo, voglio immedesimarmi in quello che leggo, e con l'Assurdo non sempre ci riesco: occorre una sorta di vicinanza mentale e spirituale con lo scrittore di Assurdo. Proprio per questo mi sono piaciuti molto alcuni pezzi, in cui la colata calda e schiumosa di parole riusciva a trasmettermi esattamente le sensazioni che intendevano trasmettermi, mentre altri pezzi di letteratura Assurda mi sono sembrati semplicemente... assurdi, distanti dietro un vetro, come se guardassi da lontano la registrazioni dei sogni di qualcun altro. Penso che sia perché, nella letteratura Assurda, l'immedesimazione non è facile e spesso non garantita. Penso che si scriva e si legga soprattutto per sapere che non si è soli, che altri, nel mondo, hanno provato esattamente quello che proviamo noi.
"Perché non scrivi anche tu di Assurdo?" mi è stato chiesto. Ora, appurato che ciascuno scrive per descrivere quello che ha dentro, posso affermare che quello che c'è dentro la mia testa sono scene. Parlavo prima del proiettore mai spento: è questo che faccio mentre scrivo; racconto tutto quello che il proiezionista instancabile che vive dietro la mia retina manda in onda a getto continuo. A me piace la teoria di Stephen King.
"Da insegnante ho sempre insistito sulla semplicità. Che si tratti di narrativa o di saggistica, conta solo una domanda, e una risposta. <Cosa accade?> chiede il lettore. <Questo... E questo... E anche questo.> risponde lo scrittore."
Scrivo perché mi piace questo. A me piace raccontare che cosa succede, che cosa fa un personaggio, perché lo fa, che cosa pensa e cosa lo spinge a fare certe cose. Mi piace essere sulla spalla di un personaggio, dietro di lui o dentro la sua testa. Quindi non scrivo Assurdo semplicemente perché non mi è congeniale, perché vi trovo meno piacere di quello che trovo a scrivere di narrativa, ma non per questo voglio dire che non mi piace o che lo ritengo spazzatura. Affatto. Credo nella libertà di scrivere ciò che si vuole, ciò che ci dà il piacere immediato nello scriverlo e/o il piacere di rileggerlo, e anche nel potere liberatorio di scrivere qualcosa di completamente Assurdo. Credo più alla necessità di piccole quantità di Assurdo in storie comuni, perché spesso è la minima quantità a fare il massimo effetto.
Non mi piace l'assurdo e la bizzarria fine a sé stesse, l'arrogante snobismo di chi ti sbatte in faccia una storia scritta con i piedi e alle tue critiche protesta: "Ma guarda, tu non capisci! La tua visione è così disgustosamente limitata! Non è Assurdo? Non è Bizarro? Non è geniale e totalmente fuori dai canoni? Questa è vera letteratura, questa è vera scrittura, non quella di voi pecoroni strozzati dalla convenzione!"
Beninteso che non sto parlando di Absurd is The Way, ma di altri blog che ho avuto modo di visitare per anni, facendomi un'idea di chi li scriveva. Per me, vale sempre la regola che tu puoi scrivere tutto quello che vuoi, ma nel momento in cui me la fai leggere io sono libera di dirti che a me fa schifo. E non vale rispondermi che mi fa schifo perché sono così terribilmente out e di mente chiusa.
Ho trovato un estratto da un'intervista volta a spiegare il genere Bizarro, che vi riporto qui:
D: Scegli la tua storia preferita fantasy o fantascienza non-Bizarro e fai un esempio di come sarebbe differente se scritta nell’ottica del Bizarro.Con tutto il rispetto, ma chi avrebbe davvero voglia di leggere una boiata del genere? Sinceramente. Io no. Credo che il bizzarro, l'assurdo e la stranezza nascano prima di tutto nella mente delle singole persone: ciascuno di noi ha una sua concezione dell'assurdo, per questo sono convinta che troppo Assurdo fine a sé stesso finisca solo per confondere le idee a chi lo scrive e a chi lo legge e, punto fondamentale, finisce per non dire niente a nessuno. Che è quanto di peggio possa accadere in Letteratura. Non dire niente.
R: Molta gente pensa che la fantascienza sia narrativa weird. Ma il punto è che la gran parta delle storie di fantascienza hanno un solo elemento weird. Con il Bizarro, ce ne sono tre o di più. Perciò per rendere una storia di fantascienza Bizarro, bisogna aggiungere due o più elementi.
Dato che le storie di fantascienza e fantasy che preferisco tendono già molto al Bizarro, semplicemente sceglierò una storia che è familiare a tutti:
Jurassic Park – l’elemento weird, che rende la storia fantascienza, riguarda uno zoo per i dinosauri. Aggiungiamo un altro elemento di weird, cambierò i personaggi da un’allegra famigliola di scienziati a un gruppo di pornografi che hanno fatto irruzione nel parco per filmare video porno di zoofilia con i dinosauri. Per il terzo elemento weird, farò in modo che l’avere rapporti sessuali con i dinosauri in qualche maniera doni superpoteri agli attori porno. Ecco qui, la storia sarebbe weird a sufficienza per essere catalogata Bizarro. Non sono sicura sarebbe una buona storia, ma sarebbe Bizarro.
Non mi piace l'accanimento contro la Convenzione. Sarebbe come dire che tutto ciò che è convenzionale, anche solo raccontare una storia con inizio, svolgimento e fine (che, come sappiamo, possono anche essere scambiati come preferiamo) è male, banale, noioso e costrittivo, e chi segue la convenzione non è altro che un povero narratore frustrato al quale hanno tarpato le ali. No. Perché mai? Si possono raccontare storie sempre nuove e vive, come nessuno ha mai fatto prima, anche con semplici regole elementari. Anche le note musicali, di base, sono solo sette, no?
Non esiste un modo giusto di raccontare. Ma soprattutto, non credo che ci sia bisogno di trovare continuamente giustificazioni alla letteratura e allo scrivere. Di che cosa dovremmo mai giustificarci? Noi scriviamo. Tutto qui. Cosa, è il gradino successivo. Ma prima di tutto scriviamo. Quindi, meno lunghe e intricate disquisizioni sul perché si dovrebbe o non si dovrebbe scrivere, e scriviamo di più. Di qualunque cosa.
Inchino, e spade nel fodero.
giovedì 15 dicembre 2011
Sono o non sono... Capitan Uncino!
lunedì 20 giugno 2011 20.07
È risaputo che sono un'amante dei cattivi.
Di recente, però, una serie di curiose coincidenze mi ha fatto riscoprire sotto una luce del tutto nuova un particolare cattivo: capitan Uncino. Ora, a dirla tutta, non ho mai amato molto Peter Pan: mi piace il modo in cui James Matthew Barrie celebra il potere della fantasia e dei bambini, ma niente di più. L'ultimo film di Peter Pan lo vidi, credo, nel 2003 una sola volta al cinema, e non mi lasciò tanto impressionata... salvo una cosa. Salvo capitan Uncino. Però finì tutto lì: apprezzai l'idea, ma poi dimenticai il film, che mi aveva lasciata piuttosto fredda.
E adesso, invece, l'ho ripescato e riguardato solo per lui: per Uncino. A parte il fatto che lo interpreta un pregevolissimo Jason Isaacs e che mi si sono accesi gli ormoni da un bel po' e non trovo più il tasto per spegnerli... A parte questo, la seconda visione del film è stata quella che mi ha riconfermato una certezza: ovvero che sto definitivamente, da sempre, dalla parte dei Pirati. Dalla parte di Uncino.
Non parlo proprio dell'Uncino che Barrie intendeva come cattivo e nemico dell'infazia per eccellenza, o quello di Bennato per il quale "per scuotere la gente/ non bastano i discorsi/ ci vogliono le bombe!". Parlo dell'Uncino che ho visto io. Questo Uncino è ossessionato da Peter Pan, succube di una rabbia e di un odio che non ha eguali: e credo che tutto il suo odio non sia altro che... paura del tempo. Peter Pan gli ha tagliato una mano, e con con quel gesto gli ha ricordato il suo essere mortale: da quel momento il coccodrillo lo segue sempre con il suo infernale ticchettio, condannandolo. Un Uncino che odia Pan perché la sua perenne infanzia, allegria e vitalità lo stanno uccidendo lentamente, torturandolo con una felicità e una spensieratezza che a lui sono negate.
Mi piace molto di più Uncino, che Peter Pan. Peter è davvero "incompleto" come lo definisce giustamente il capitano: lui non crescerà mai, non invecchierà, non avrà mai una crescita interiore, né la possibilità di amare in modo adulto. Tutto questo lui lo ha scelto, e non torna indietro. Wendy lo ama, ma il suo è il gesto di chi amerà per sempre i propri sogni di bambina, pur accettando la crescita, i cambiamenti, le responsabilità. Wendy è un personaggio completo, Peter no. Peter è un archetipo, e quello resterà.
Per aprire una parentesi, una delle cose che non mi erano piaciute nel film era tutta l'esasperatissima tensione erotica tra Peter e Wendy; cosa che stride ancora di più quando ci si scontra col fatto che il romanticismo, tra loro, non può avere nessuno sbocco. Perché? Perché Peter è bloccato. È emotivamente incompleto, e al contrario di Wendy lo resterà. Se poi contiamo che capitan Uncino è lo stesso attore che interpreta il padre di Wendy, posso tirare fuori tutte le teorie freudiane che voglio... ^^
Uncino capisce tutto il peso della realtà: quello della propria solitudine, quello del tempo. La sua unica consolazione, ormai, è quella di sapere che Peter è solo quanto lui; per questo sembra più interessato a distruggere quello che ama, piuttosto che ucciderlo quando ne ha l'occasione. Non si sa cosa speri di ottenere una volta uccisa la sua nemesi: a Trilly dice che "morto Pan, saranno entrambi liberi". Forse liberi dallo spaventoso spauracchio del tempo che passa.
Insomma, dopo che già diverse volte un capitan Jack Sparrow è comparso ad indicarmi la strada, stavolta a richiamare la mia attenzione è stato un Capitan Uncino, che col suo uncino di ferro batte significativamente sul quadrante di un orologio che ticchetta inesorabile.
Essere dei Peter Pan non deve mai diventare un peso, come un'Isola che Non C'è non deve diventare una gabbia dorata dentro cui murarsi vivi. Il mondo fuori fa una paura boia, e il semplice rifiuto della realtà e delle responsabilità non ti aiuta a combattere.
Volere fermare il tempo o tornare indietro non lo fa rallentare. Limitarsi a sognare non realizza i sogni.
E qualche volta ci vuole davvero un presunto cattivo per insegnarti ad armarsi di spada e respingere le sciabolate della realtà.
Il coccodrillo non si ferma, e non aspetta nessuno.
Di recente, però, una serie di curiose coincidenze mi ha fatto riscoprire sotto una luce del tutto nuova un particolare cattivo: capitan Uncino. Ora, a dirla tutta, non ho mai amato molto Peter Pan: mi piace il modo in cui James Matthew Barrie celebra il potere della fantasia e dei bambini, ma niente di più. L'ultimo film di Peter Pan lo vidi, credo, nel 2003 una sola volta al cinema, e non mi lasciò tanto impressionata... salvo una cosa. Salvo capitan Uncino. Però finì tutto lì: apprezzai l'idea, ma poi dimenticai il film, che mi aveva lasciata piuttosto fredda.
E adesso, invece, l'ho ripescato e riguardato solo per lui: per Uncino. A parte il fatto che lo interpreta un pregevolissimo Jason Isaacs e che mi si sono accesi gli ormoni da un bel po' e non trovo più il tasto per spegnerli... A parte questo, la seconda visione del film è stata quella che mi ha riconfermato una certezza: ovvero che sto definitivamente, da sempre, dalla parte dei Pirati. Dalla parte di Uncino.
Non parlo proprio dell'Uncino che Barrie intendeva come cattivo e nemico dell'infazia per eccellenza, o quello di Bennato per il quale "per scuotere la gente/ non bastano i discorsi/ ci vogliono le bombe!". Parlo dell'Uncino che ho visto io. Questo Uncino è ossessionato da Peter Pan, succube di una rabbia e di un odio che non ha eguali: e credo che tutto il suo odio non sia altro che... paura del tempo. Peter Pan gli ha tagliato una mano, e con con quel gesto gli ha ricordato il suo essere mortale: da quel momento il coccodrillo lo segue sempre con il suo infernale ticchettio, condannandolo. Un Uncino che odia Pan perché la sua perenne infanzia, allegria e vitalità lo stanno uccidendo lentamente, torturandolo con una felicità e una spensieratezza che a lui sono negate.
Mi piace molto di più Uncino, che Peter Pan. Peter è davvero "incompleto" come lo definisce giustamente il capitano: lui non crescerà mai, non invecchierà, non avrà mai una crescita interiore, né la possibilità di amare in modo adulto. Tutto questo lui lo ha scelto, e non torna indietro. Wendy lo ama, ma il suo è il gesto di chi amerà per sempre i propri sogni di bambina, pur accettando la crescita, i cambiamenti, le responsabilità. Wendy è un personaggio completo, Peter no. Peter è un archetipo, e quello resterà.
Per aprire una parentesi, una delle cose che non mi erano piaciute nel film era tutta l'esasperatissima tensione erotica tra Peter e Wendy; cosa che stride ancora di più quando ci si scontra col fatto che il romanticismo, tra loro, non può avere nessuno sbocco. Perché? Perché Peter è bloccato. È emotivamente incompleto, e al contrario di Wendy lo resterà. Se poi contiamo che capitan Uncino è lo stesso attore che interpreta il padre di Wendy, posso tirare fuori tutte le teorie freudiane che voglio... ^^
Uncino capisce tutto il peso della realtà: quello della propria solitudine, quello del tempo. La sua unica consolazione, ormai, è quella di sapere che Peter è solo quanto lui; per questo sembra più interessato a distruggere quello che ama, piuttosto che ucciderlo quando ne ha l'occasione. Non si sa cosa speri di ottenere una volta uccisa la sua nemesi: a Trilly dice che "morto Pan, saranno entrambi liberi". Forse liberi dallo spaventoso spauracchio del tempo che passa.
Insomma, dopo che già diverse volte un capitan Jack Sparrow è comparso ad indicarmi la strada, stavolta a richiamare la mia attenzione è stato un Capitan Uncino, che col suo uncino di ferro batte significativamente sul quadrante di un orologio che ticchetta inesorabile.
Essere dei Peter Pan non deve mai diventare un peso, come un'Isola che Non C'è non deve diventare una gabbia dorata dentro cui murarsi vivi. Il mondo fuori fa una paura boia, e il semplice rifiuto della realtà e delle responsabilità non ti aiuta a combattere.
Volere fermare il tempo o tornare indietro non lo fa rallentare. Limitarsi a sognare non realizza i sogni.
E qualche volta ci vuole davvero un presunto cattivo per insegnarti ad armarsi di spada e respingere le sciabolate della realtà.
Il coccodrillo non si ferma, e non aspetta nessuno.
White and Nerdy
lunedì 13 giugno 2011 0.12
Mi piace leggere, il cinema, i fumetti e i fumettisti, scrivere fanfiction, i videogiochi e i loro personaggi, i cartoni animati con tutte le loro canzoni, i fantasy, i pirati, Star Wars, i giochi di ruolo da tavolo, dal vivo e via internet, Dungeons & Dragons, i dadi da 20, il cosplay, il disegno, le tavole illustrate, i cofanetti di dvd, l'oggettistica steampunk, DeviantArt, guardare i Griffin e The Big Bang Theory in streaming, le maratone film, le master replica, le spade in lattice, le spade vere, e preferisco ballare quando qualcuno suona musica folk. Fiera, fierissima di essere nerd. O forse una dork.
Mi piace leggere, il cinema, i fumetti e i fumettisti, scrivere fanfiction, i videogiochi e i loro personaggi, i cartoni animati con tutte le loro canzoni, i fantasy, i pirati, Star Wars, i giochi di ruolo da tavolo, dal vivo e via internet, Dungeons & Dragons, i dadi da 20, il cosplay, il disegno, le tavole illustrate, i cofanetti di dvd, l'oggettistica steampunk, DeviantArt, guardare i Griffin e The Big Bang Theory in streaming, le maratone film, le master replica, le spade in lattice, le spade vere, e preferisco ballare quando qualcuno suona musica folk. Fiera, fierissima di essere nerd. O forse una dork.
"Sono miserie che si commentano da sole."
lunedì 21 marzo 2011 15.38
Art. 11.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Il blocco dello scrittore
mercoledì 19 gennaio 2011 17.34
Nel girone infernale riservato agli scrittori esistono diversi gradi di dannazione: il peggiore di tutti è l'ispirazione morta, idee zero, parole in secca, nemmeno un'immagine a stimolarti l'immaginazione. A questo livello, cercare di mettersi a scrivere è deleterio: non solo non ti verranno buone idee, ma ti deprimerai oltre ogni immaginazione e ti verrà voglia di appendere la penna (o il computer) al chiodo.
Io al momento mi trovo al livello appena sopra: il blocco dello scrittore. Le idee fluiscono libere, non ho problemi ad inventare scenari, immagini, dialoghi. Eppure... eppure è proprio l'atto creativo quello che non mi riesce.
E' come cercare di farsi strada attraverso una palude: conosco perfettamente il percorso da fare, ma quanto è difficile riuscire a muovere anche un solo passo!
L'ultima volta ho sconfitto il blocco mettendomi a scrivere a mano: ha funzionato molto bene, anche se poi però mi devo prendere la briga di ricopiare pazientemente al computer tutto quel che ho scritto. Deve essere una questione di metodo, perché finché ci penso tra me l'immaginazione non mi manca, mentre aspetto in posta scribacchio senza problemi sulla mia agendina tutto quello che deve succedere nei prossimi capitoli, gli eventi si dipanano davanti a me come una fila ordinata. Però, come mi metto davanti al computer e mi si apre davanti agli occhi quella pagina scritta per metà, come mi sforzo di dare un po' di vita a tutto quel bianco... puff, la creatività stacca la spina. Non è che mi spariscano le idee. Mi sparisce la voglia. Se in queste settimane sto scrivendo poco, è soltanto per briga.
E poi c'è da dire che scrivere al computer offre fin troppe distrazioni: una sbirciata su DeviantArt, un'occhiata su facebook (che diventano repentinamente due, tre, quattro, cinqueseisetteottonove), apri msn e guarda chi c'è, oh, guarda, un nuovo video su youtube... Sì, lo so: prima o poi mi comprerò un portatile solo per scrivere, rigorosamente senza connessione ad internet.
Purtroppo l'abitudine mi sta togliendo la voglia, e non va bene. Anche tornare a scrivere sul blog, di tanto in tanto, è terapeutico: mi aiuta a non perdere del tutto il contatto con la scrittura, anche durante i miei lunghi periodi di secca. Facebook sarà anche comodo per condividere rapidamente un po' di pensieri, ma mi abitua ad essere troppo sintetica. Devo recuperare.
In questi casi, l'unica cosa è autoimporsi un po' di disciplina e cominciare a scrivere. Quando le storie sono così chiare nella mia mente, è fin troppo facile illudersi che finiranno per scriversi da sole!
Io al momento mi trovo al livello appena sopra: il blocco dello scrittore. Le idee fluiscono libere, non ho problemi ad inventare scenari, immagini, dialoghi. Eppure... eppure è proprio l'atto creativo quello che non mi riesce.
E' come cercare di farsi strada attraverso una palude: conosco perfettamente il percorso da fare, ma quanto è difficile riuscire a muovere anche un solo passo!
L'ultima volta ho sconfitto il blocco mettendomi a scrivere a mano: ha funzionato molto bene, anche se poi però mi devo prendere la briga di ricopiare pazientemente al computer tutto quel che ho scritto. Deve essere una questione di metodo, perché finché ci penso tra me l'immaginazione non mi manca, mentre aspetto in posta scribacchio senza problemi sulla mia agendina tutto quello che deve succedere nei prossimi capitoli, gli eventi si dipanano davanti a me come una fila ordinata. Però, come mi metto davanti al computer e mi si apre davanti agli occhi quella pagina scritta per metà, come mi sforzo di dare un po' di vita a tutto quel bianco... puff, la creatività stacca la spina. Non è che mi spariscano le idee. Mi sparisce la voglia. Se in queste settimane sto scrivendo poco, è soltanto per briga.
E poi c'è da dire che scrivere al computer offre fin troppe distrazioni: una sbirciata su DeviantArt, un'occhiata su facebook (che diventano repentinamente due, tre, quattro, cinqueseisetteottonove), apri msn e guarda chi c'è, oh, guarda, un nuovo video su youtube... Sì, lo so: prima o poi mi comprerò un portatile solo per scrivere, rigorosamente senza connessione ad internet.
Purtroppo l'abitudine mi sta togliendo la voglia, e non va bene. Anche tornare a scrivere sul blog, di tanto in tanto, è terapeutico: mi aiuta a non perdere del tutto il contatto con la scrittura, anche durante i miei lunghi periodi di secca. Facebook sarà anche comodo per condividere rapidamente un po' di pensieri, ma mi abitua ad essere troppo sintetica. Devo recuperare.
In questi casi, l'unica cosa è autoimporsi un po' di disciplina e cominciare a scrivere. Quando le storie sono così chiare nella mia mente, è fin troppo facile illudersi che finiranno per scriversi da sole!
Il galateo ai tempi di facebook
mercoledì 8 dicembre 2010 15.58
Non è un mistero per nessuno che, per lungo tempo, io mi sia opposta a facebook.
L'ho bellamente ignorato per i primi anni, quando è scoppiata la moda ed era ancora una novità, e ho continuato ad ignorarlo per un bel pezzo: solo fra ottobre e novembre di quest'anno ho deciso di registrarmi, principalmente perché la maggior parte delle mie amiche (quelle che non vivono a Parma in particolare) avevano cominciato a scrivere soltanto lì invece che sui vecchi blog, e perché è indubbiamente un modo comodo di tenersi in contatto.
Sarò io che magari inconsciamente sono refrattaria ai mezzi di comunicazione: mi viene da pensare a quanto tempo ho passato senza sentire il bisogno di un cellulare, che ho comprato solo alla "veneranda età" di 16 anni mentre adesso è praticamente d'obbligo averlo in dotazione a 11. Per la cronaca, sto ancora usando il mio primo e unico cellulare. E' longevo, mica come quelle cacchette a schermo piatto che muoiono appena ti cascano per terra.
Tornando a facebook...
Personalmente, come sito lo trovo piuttosto brutto. La gestione dei messaggi è organizzata malissimo, la pubblicazione di interventi è limitatissima e poco chiara (ci ho messo un secolo a pubblicare un link con l'immagine che volevo io), è pieno di pubblicità (giusto, dopotutto, visto che vive su quella) e, ciliegina sulla torta, è chiarissimo quando si tratta di aggiungere/taggare/condividere/apprezzare/mostrare un elemento... ma peggio di un labirinto quando quello stesso elemento invece vorresti toglierlo. E' un social network fatto per condividere. E cacchio se lo fa; praticamente non puoi cliccare un video senza che lo stesso venga sparato sulla tua bacheca e aggiunto ai tuoi "Mi piace" con tanto di squilli di tromba. Ho dovuto eliminare tre volte un video finito per sbaglio nella mia bacheca: (un video che, tra l'altro, per poter guardare dovevi condividere e aggiungere automaticamente ai "Mi piace") una volta per eliminarlo dalla bacheca, una seconda volta per togliere il tag, e una terza volta per rimuoverlo definitivamente dall'elenco dei Mi Piace. Tenace, non c'è che dire.
E poi le pubblicità a lato della pagina: ho riso non so quante volte vedendo comparire prontamente il riquadro con scritto "Vorresti dimagrire?" e sotto l'immagine di una bella fetta di sacher grondante cioccolato.
Tuttavia, la cosa che tutt'ora trovo inquietante di facebook è il linguaggio.
"Facebook ti aiuta a tenerti in contatto con le persone della tua vita"
"Laura, altri amici ti stanno aspettando"
"Imposta le tue opzioni di privacy come pubbliche. Non precluderti nessuna possibilità di incontrare nuovi amici."
"Di' che ti piace questo elemento prima di tutti i tuoi amici"
"Trova nuovi amici. Loro (due amici random dalla tua lista) l'hanno fatto"
http://www.youtube.com/watch?v=oBaiKsYUdvg...
Pubblicità! Tutta pubblicità! Tutto costruito sul linguaggio ammaliatore della pubblicità!
Vieni invitato a rendere pubblico il tuo indirizzo, il tuo numero di telefono e i tuoi datori di lavoro. Condividi, mostra, fai vedere, di' che ci sei anche tu! Dillo a tutti! Fallo vedere a tutti! Non importa che cosa, l'importante è che si condivida! Non puoi non voler far parte della famiglia... *parte la musica del Padrino*
E' facile cadere nel tunnel: a tutti noi piace sapere, leggere, vedere che cosa fanno gli altri. E' perfettamente normale. Ma lasciarsi trascinare da un fiume subdolo come quello della pubblicità mi sembra una follia.
Facebook è utile.
E' comodo e utile per tenersi in contatto con le persone: verissimo. Se vuoi fare pubblicità a qualcosa, se vuoi che si veda, che si sappia, che se ne parli, mettila su facebook.
Però io resto della mia idea, ovvero che fb vada usato o per le cose importanti, o per le cazzate. No, non è una contraddizione: non c'è modo migliore di condividere carinerie o stupidaggini di internet come video, immagini, aforismi, ecc. Mentre, se mai riuscirò a pubblicare il mio libro, non ci sarà posto migliore per pubblicizzarlo se non una pagina di facebook.
Ma la mia pagina personale rimane quello che è: una pagina PERSONALE, e di certo non griderò ai quattro venti il mio indirizzo, il mio numero di telefono, il mio orientamento politico, religioso, sessuale, se sono single o se la mia è una relazione complicata, se cerco appuntamenti o amicizia. La mia pagina è per chi mi conosce, o per chi voglio che mi conosca: come il mio blog, dove esprimo quello che penso in modo molto più completo di quanto faccio su facebook.
E non accetto chiunque come amico. Adesso la gabola è questa: non puoi rifiutare, quando ti chiedono il contatto di facebook. Siamo compagni di università, aggiungimi agli amici. Ci siamo visti in fiera, dammi l'amicizia. Ma grandissima testa di minchia, se non ti aggiungo tra gli amici magari è perché NON siamo amici. Magari mi stai antipatico. Magari semplicemente non mi va che tu legga quello che scrivo io o i miei amici.
Invece no: se non metti come amici tutti quelli che conosci, allora sei strano.
Be', non me ne importa: facebook mi serve per tenermi in contatto con le persone con cui mi interessa restare in contatto, e sarà sempre così. Quindi non prendete una mancata amicizia su fb come un'offesa personale, specie se non ci conosciamo nemmeno. E cercatemi fuori da facebook, se veramente vi interessa. In parole povere; chiedere è lecito, ma rifiutare lo è altrettanto.
Da parte mia, ho verificato che fra tutte le persone che conosco, quelle con cui mi interessa dividere un'amicizia su facebook sono meno di una cinquantina.
E va benissimo così.
Non è un mistero per nessuno che, per lungo tempo, io mi sia opposta a facebook.
L'ho bellamente ignorato per i primi anni, quando è scoppiata la moda ed era ancora una novità, e ho continuato ad ignorarlo per un bel pezzo: solo fra ottobre e novembre di quest'anno ho deciso di registrarmi, principalmente perché la maggior parte delle mie amiche (quelle che non vivono a Parma in particolare) avevano cominciato a scrivere soltanto lì invece che sui vecchi blog, e perché è indubbiamente un modo comodo di tenersi in contatto.
Sarò io che magari inconsciamente sono refrattaria ai mezzi di comunicazione: mi viene da pensare a quanto tempo ho passato senza sentire il bisogno di un cellulare, che ho comprato solo alla "veneranda età" di 16 anni mentre adesso è praticamente d'obbligo averlo in dotazione a 11. Per la cronaca, sto ancora usando il mio primo e unico cellulare. E' longevo, mica come quelle cacchette a schermo piatto che muoiono appena ti cascano per terra.
Tornando a facebook...
Personalmente, come sito lo trovo piuttosto brutto. La gestione dei messaggi è organizzata malissimo, la pubblicazione di interventi è limitatissima e poco chiara (ci ho messo un secolo a pubblicare un link con l'immagine che volevo io), è pieno di pubblicità (giusto, dopotutto, visto che vive su quella) e, ciliegina sulla torta, è chiarissimo quando si tratta di aggiungere/taggare/condividere/apprezzare/mostrare un elemento... ma peggio di un labirinto quando quello stesso elemento invece vorresti toglierlo. E' un social network fatto per condividere. E cacchio se lo fa; praticamente non puoi cliccare un video senza che lo stesso venga sparato sulla tua bacheca e aggiunto ai tuoi "Mi piace" con tanto di squilli di tromba. Ho dovuto eliminare tre volte un video finito per sbaglio nella mia bacheca: (un video che, tra l'altro, per poter guardare dovevi condividere e aggiungere automaticamente ai "Mi piace") una volta per eliminarlo dalla bacheca, una seconda volta per togliere il tag, e una terza volta per rimuoverlo definitivamente dall'elenco dei Mi Piace. Tenace, non c'è che dire.
E poi le pubblicità a lato della pagina: ho riso non so quante volte vedendo comparire prontamente il riquadro con scritto "Vorresti dimagrire?" e sotto l'immagine di una bella fetta di sacher grondante cioccolato.
Tuttavia, la cosa che tutt'ora trovo inquietante di facebook è il linguaggio.
"Facebook ti aiuta a tenerti in contatto con le persone della tua vita"
"Laura, altri amici ti stanno aspettando"
"Imposta le tue opzioni di privacy come pubbliche. Non precluderti nessuna possibilità di incontrare nuovi amici."
"Di' che ti piace questo elemento prima di tutti i tuoi amici"
"Trova nuovi amici. Loro (due amici random dalla tua lista) l'hanno fatto"
http://www.youtube.com/watch?v=oBaiKsYUdvg...
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Vieni invitato a rendere pubblico il tuo indirizzo, il tuo numero di telefono e i tuoi datori di lavoro. Condividi, mostra, fai vedere, di' che ci sei anche tu! Dillo a tutti! Fallo vedere a tutti! Non importa che cosa, l'importante è che si condivida! Non puoi non voler far parte della famiglia... *parte la musica del Padrino*
E' facile cadere nel tunnel: a tutti noi piace sapere, leggere, vedere che cosa fanno gli altri. E' perfettamente normale. Ma lasciarsi trascinare da un fiume subdolo come quello della pubblicità mi sembra una follia.
Facebook è utile.
E' comodo e utile per tenersi in contatto con le persone: verissimo. Se vuoi fare pubblicità a qualcosa, se vuoi che si veda, che si sappia, che se ne parli, mettila su facebook.
Però io resto della mia idea, ovvero che fb vada usato o per le cose importanti, o per le cazzate. No, non è una contraddizione: non c'è modo migliore di condividere carinerie o stupidaggini di internet come video, immagini, aforismi, ecc. Mentre, se mai riuscirò a pubblicare il mio libro, non ci sarà posto migliore per pubblicizzarlo se non una pagina di facebook.
Ma la mia pagina personale rimane quello che è: una pagina PERSONALE, e di certo non griderò ai quattro venti il mio indirizzo, il mio numero di telefono, il mio orientamento politico, religioso, sessuale, se sono single o se la mia è una relazione complicata, se cerco appuntamenti o amicizia. La mia pagina è per chi mi conosce, o per chi voglio che mi conosca: come il mio blog, dove esprimo quello che penso in modo molto più completo di quanto faccio su facebook.
E non accetto chiunque come amico. Adesso la gabola è questa: non puoi rifiutare, quando ti chiedono il contatto di facebook. Siamo compagni di università, aggiungimi agli amici. Ci siamo visti in fiera, dammi l'amicizia. Ma grandissima testa di minchia, se non ti aggiungo tra gli amici magari è perché NON siamo amici. Magari mi stai antipatico. Magari semplicemente non mi va che tu legga quello che scrivo io o i miei amici.
Invece no: se non metti come amici tutti quelli che conosci, allora sei strano.
Be', non me ne importa: facebook mi serve per tenermi in contatto con le persone con cui mi interessa restare in contatto, e sarà sempre così. Quindi non prendete una mancata amicizia su fb come un'offesa personale, specie se non ci conosciamo nemmeno. E cercatemi fuori da facebook, se veramente vi interessa. In parole povere; chiedere è lecito, ma rifiutare lo è altrettanto.
Da parte mia, ho verificato che fra tutte le persone che conosco, quelle con cui mi interessa dividere un'amicizia su facebook sono meno di una cinquantina.
E va benissimo così.
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