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lunedì 6 aprile 2015

Quotidianità rituale

I rituali sono importanti, o almeno hanno un certo valore. Credo che fondamentalmente aiutino a segnare lo scorrere del tempo, come una tacca su di un bastone per segnare le miglia.
La prima cosa che fai quando sei giù di morale o proprio depresso è smettere di fare cose. A volte lo fai per esercitare un tipo di controllo, anche se minimo: hai solo il potere di rifiutarti, quindi per ripicca dici "no, stavolta non lo farò". E continui a dirlo. Altre volte semplicemente finisce per mancarti la forza, la voglia, la motivazione, il significato. Niente vale più la pena di essere fatto.
Sto cominciando a ripensare ai rituali e alla loro importanza, fosse anche fare i lavori di casa il mercoledì o festeggiare il carnevale. Penso che avere delle scadenze o degli appuntamenti fissi sia una sorta di ancora, sia che tu sia oberato di lavoro o al contrario affondi lentamente nella melma della disoccupazione. I rituali, di qualsiasi genere, sono lì proprio per non farti scivolare via dalle mani i giorni che passano.


sabato 21 dicembre 2013

"The End"

Finora l'unica traccia è stato un post sulla mia pagina facebook, il 16 di dicembre:

"Ieri sera ho mantenuto l'impegno che mi ero prefissata per questo anno, ovvero finire di scrivere la trilogia. Ora posso dire, anche se in cartaceo e ancora in "brutta" per così dire, di avere messo la parola "fine" ad un progetto che mi accompagna ormai da anni, e che meritava di vedere almeno la sua degna conclusione. Che altro dire se non... soddisfazioni!"

In sostanza: ho finito di scrivere la trilogia fantasy che ho in lavorazione da alcuni anni. Quando ho scritto quel post avevo appena finito di scriverla su carta, e pochi giorni dopo ho ricopiato e riveduto tutto al computer, quindi ora posso dire di avere davvero tutta la storia dalla prima all'ultima pagina. Quella che posso definire la mia prima vera fatica scrittorea è finita.
Sono felice? Devo dire che, sì, sono felice, anche se raggiungere questa meta è stata e resta una felicità molto silenziosa, quasi intima: anche se voglio condividerla con chi sa che cosa vuol dire per me scrivere, rimane ancora un traguardo di cui solo io posso godere e capire appieno la portata.
E ora? Ecco, è questa la domanda che mi spaventa.
Ho mantenuto un impegno con me stessa: finire qualcosa che doveva essere finito entro quest'anno. Sono fiera di averlo fatto, sono felice di avere concluso una storia, e ancora di più di essere -per la prima volta- davvero libera di poter andare avanti e scrivere anche altro. Altre storie! Altri libri da scrivere! Ma, naturalmente, bisogna pensare anche a cosa ne sarà di questi tre libri che ho già scritto.
Il computer che va e viene quando vuole mi ha tenuta un po' lontana da internet: e invece credo che sarà proprio internet la grande arma di diffusione per quello che ho in mente. I progetti sono ancora tanti e confusi, ma mi piacerebbe raggiungere un buon numero di persone, tra quelle che o mi seguono sul blog, o su facebook, o che hanno già letto le mie storie su siti di fanfiction e ora vorrebbero avere qualcosa di più.
Non ho un editore, non ho contatti con qualche casa editrice. Ci ho provato per un bel po', perché non è la prima volta che tento di fare vedere la luce ad un mio progetto, e in questo nuovo anno che arriva ci proverò ancora: ho un anno intero per vedere se questa sarà la volta buona con una casa editrice, o... o, se le finanze lo permetteranno, finanzierò i miei sogni di scrittura da sola, e questo vorrà dire autopubblicarmi e autopromuovermi. Posso farlo. Posso tentare. 
Ho una copertinista che ha già cominciato a dare vita ai personaggi coi suoi bellissimi disegni, e amici lettori a cui lascerò il compito di saggiare la prima stesura dei miei tentativi, e di bacchettarmi dove serve!
Riguardo al libro: che si può dire?
Posso dire che è una trilogia. Posso dire che è un racconto fantasy, quindi troverete gli elfi, i maghi, lo pseudo-medioevo e la magia: mettetevi il cuore in pace. È il mio omaggio ai libri high fantasy e ai giochi di ruolo dalle trame più intricate di qualsiasi libro, che mi hanno accompagnata fin dall'infanzia. Sono libri che ho scritto io: quindi se avete già letto qualcosa di quello che scrivo, o semplicemente se vi incuriosisce l'idea, non avete che da continuare a seguirmi e augurarvi insieme a me che l'anno nuovo porti buone novità. 

 

lunedì 23 settembre 2013

cronache modenesi

Appena finita una settimana da pendolare in quel di Modena, ovviamente inaugurata con un piede fresco di rottura e con un'inedita vescica sulla pianta! Due giorni dopo si rimedia con le scarpe nuove, e l'effetto è immediato: il dolore lancinante ai malleoli cancella completamente quello della vescica.
Ma, a parte questo, Modena! Con le sue viuzze tutte uguali, e così sicure della propria identità da non sentire alcun bisogno di un cartello che ne riveli il nome ai comuni passanti! Io e la città esordiamo fissandoci in cagnesco appena esco dalla stazione, e mostrandoci ripetutamente il medio ad ogni svolta.
Ma poi, dai e dai, la routine ha la medio sull'odio reciproco, e la scoperta di scorciatoie piacevoli come il parco ducale comincia a farmi riconciliare con il posto.
Il corso di catalogazione non è niente male: mi fa sentire tanta nostalgia della biblioteca, e dopo un bel po' di tempo è piacevole la sensazione che dà imparare qualcosa, la sensazione del lavoro ben fatto, di aver risolto un rompicapo. Con la quantità di bevande da macchinetta che ingurgito -per compensare il magro pranzo a base di panino che mangio regolarmente seduta in stazione- probabilmente finirò in overdose da zuccheri, ma pazienza...
Finora la stazione mi ha portato solo due spettacoli ragguardevoli: una mattina, a Parma, vedo salire su un treno un signore distinto dai tratti orientali, che trasporta un enorme scatola bucata bucata carica di... Piccioni. Piccioni parmensi doc, quelli grigiastri propensi ai frontali con i passanti, che puoi trovare in piazza. Decido di non farmi domande di cui non voglio sapere la risposta.
Invece, la stazione di Modena all'ora di pranzo ha un ospite caratteristico: io lo chiamo Il Profeta, e si tratta di un signore che si fa vedere sempre in giaccone e con un grosso ombrello aperto. Se ne sta sotto il suo ombrello e predica ai passanti che aspettano il bus, e non gli importa che lo ascoltino o meno. Di solito riesco a cogliere uno squarcio della sua omelia mentre passo al volo per prendere il treno: venerdì parlava di angeli, oggi di prostitute redente.
La prima volta che l'ho visto stava cantando a squarciagola. Ammetto che qualche volta mi verrebbe voglia di fermarmi e stare ad ascoltare l'intera predica solo per vedere dove va a parare.
Fare la pendolare non è male, quando devi farlo per meno di due settimane.

mercoledì 7 agosto 2013

Su una gamba sola

Ho un piede rotto e ingessato da dieci giorni. Lasciamo perdere il come e il quando, che è una sordida storia di gente chiusa fuori senza chiavi e di cancelli scavalcati...
È davvero triste che questo incidente mi sia capitato proprio adesso che anelavo soltanto ad un po' di indipendenza, cose da fare e tempo lontana da casa. Me la sono andata a cercare, e ora mi trovo in una condizione di limitazione e dipendenza maggiore di quanto abbia mai provato.
Sono almeno riuscita a fare metà delle cose che aveva in programma prima di farmi male, anche se devo comunque pagare lo scotto di un viaggio sfumato. Adesso invece, dovendomi muovere in casa con un piede ingessato e le stampelle, mi ritrovo a dipendere strettamente dagli altri, a dover sempre chiedere qualsiasi cosa, a dover fare la doccia seduta, a non poter fare neanche cose come sparecchiare la tavola o pulire camera mia, a dover tenere sempre le cose sottomano perché non posso raggiungerle, pensare prima a qualsiasi spostamento debba fare da un piano della casa all'altro. Sono cose a cui non si pensa mai veramente finché non ti ci ritrovi in mezzo. E meno male che, nel mio caso, si tratta solo di una condizione temporanea.
È una cosa che i primi giorni mi aveva lasciata molto abbattuta e, come un'automobilista, sempre, costantemente incazzata come una iena a spese di chiunque mi stava intorno. ^^
Il fatto è che non ci sono abituata. Nessuno c'è abituato, ma io di solito sono quella che non si ammala mai, e che non si fa mai male sul serio. Io me la cavo sempre da me. Ed è strano, molto strano, avere ogni tanto la prova tangibile che il tuo corpo non è a prova di bomba.
Finora mi sono evoluta: ho imparato a farmi le iniezioni da sola (Prossimo passo, autochirurgia! Ah ah. Magari no. No. Decisamente no.) e giro per casa in stampelle con marsupio e zainetto... e devo dire che finora me la sto cavando bene con certi stratagemmi.
Sto cercando di tirare fuori il meglio da una scomoda situazione, per come posso: mi spiace solo che mi sia stata negata un'esperienza di vita piacevole e me ne sia stata data invece in cambio una brutta. 
Ma si sopravvive, e si spera solo che questo agosto passi. Questo agosto in cui, grazie ad un gesso, mi trovo mio malgrado ancora più bloccata, immobilizzata e impantanata sotto ogni aspetto, e aggiungiamoci anche che intanto si boccheggia nel troppo caldo e nell'atmosfera di desolazione estiva che odio.
Eppure tutto sommato il buon umore è tornato, e riesce a restare.
E almeno, non potendo fare proprio altro, si scrive.

lunedì 22 luglio 2013

Inveleniamoci

Quello del promoter è un lavoro duro e ingrato, che spero vivamente di non dovermi mai trovare costretta a fare. Ma, detto questo, ci sono certi aspetti di cui si farebbe volentieri a meno. Non tanto per il lavoro in sè: in fondo, offrire cose per strada è almeno un po' più sopportabile dei venditori porta a porta.
La cosa veramente sconcertante è la Metamorfosi.
La potete osservare nel momento esatto in cui pronunciate con garbo la parola "no".
Perché questi promoter hanno tutte le loro pose e frasi da amiconi, da imbonitori, da anima della festa che ti guarda come se fossi il loro fratellino perduto: devono saperlo fare per lavoro. Ok. Lo sappiamo. E giù sorrisoni, e ti salutano, e vogliono sapere tutto di te, ti si piazzano con la manina sulla spalla in posa plastica. Ma nemmeno i promoter delle associazioni benefiche -che almeno di solito hanno la scusante di trovarsi lì per una giusta causa e non per venderti fuffa- scampano alla Metamorfosi.
Scena con un tizio di un'associazione benefica che mi abborda in mezzo ad un'affollatissima fiera del fumetto:
"bla bla bla raccogliamo offerte per i bambini sfortunati, e tu la faccia da cattiva mi sembra che non ce l'hai!"
Stessa scena con due ragazze, lo stesso giorno, talmente mielose e affettuose che finisci per sperare che ti chiedano i soldi e bon, così puoi dire di no e finirla lì.
E tu hai un bello spiegare con la massima gentilezza che non ti interessa, e che anche se si tratta di associazioni benefiche non dai soldi a chi ti ferma per strada. E sottolineo il "cortesemente", perché una delle mie tare è non riuscire proprio ad essere scortese nemmeno con chi mi importuna, neanche con lo sconosciuto che mi fa l'interrogatorio alla fermata del bus.
Di' le paroline magiche: "grazie, no" e vedrai la loro maschera di amiconi sgretolarsi. Si sfasciano un pezzo alla volta, e finisce che un attimo dopo ti puntano come faine. Gli si fa l'occhietto tutto stretto e la bocca rigida. Ti fissano come se fossi la progenie di Satana e loro il prete venuto ad esorcizzarti.
Il tipo di prima si fa tutto stizzoso, sbuffa, gira sui tacchi e in tono studiatamente scazzato mi grida alle spalle: "Seee, vabbè, e poi i soldi al bar ce li diamo!"
Le tizie carine carine sono anche peggio: di colpo via la manina dalla spalla, che adesso gli fa schifo starti vicino, e nasini arricciati come chi è sottovento dal pescivendolo. E anche loro tono scazzato come pochi, più tono supponente con tanto di vezzeggiativi pronunciati con disprezzo.
"Vabbè, allora, amore, ridammi la spilletta!" sbottato in direzione dell'amico a cui lei stessa aveva ficcato in mano la spilletta per attaccare bottone.
Ora mi chiedo: ma è una tattica anche quella? Ve la insegnano al tirocinio per promoter? Mi raccomando, carini carini all'inizio, ma se vi dicono di no trattateli come merde così si sentono in colpa?
Cari miei, ve lo dico io che se uno si sente insultato per strada da uno che non è stato neanche lui ad avvicinare per primo, non si sente in colpa. Si incazza. E fa bene. Perchè se tu cortesemente mi chiedi dei soldi, io cortesemente ti dico di no, e tu mi mandi a cagare, io mi sento un attimino autorizzata a ricambiarti il favore.
Così ora siamo nervosi e incazzati in due: non è fantastico?
Che poi, io mi sono quasi abituata a sentirmi mandare a cagare dagli sconosciuti: sono quasi convinta di aver colto un "fuck you lady" bisbigliato da un tizio convinto che non capissi l'inglese mentre scuotevo la testa davanti al biglietto con cui fingeva di chiedere informazioni e in realtà chiedeva soldi.
Ma se lo fai di mestiere è un'altra storia. Se rispondevo tutta incazzata ai clienti che venivano in cassa quando ero commessa, agli utenti della biblioteca che mi chiedevano i libri, ai turisti che accoglievo al castello, io ci rimettevo il lavoro. E lì ne vedevo parecchi, di veramente maleducati. Se ti metti ad insultare tra le righe la gente ogni volta che ti dice di no, bimbo bello, cambia lavoro.
O almeno siate chiari fin dall'inizio.
Piantatevi in mezzo alla strada con una faccia da assassini, l'occhio spiritato e la penna in mano, e urlate in faccia alla gente: "Lasciate una firma contro la droga, grandissimi figli di puttana!".
Così almeno siete coerenti.

venerdì 1 marzo 2013

Flashback di scuola

Pensierino del pomeriggio...
Più di una volta ho sentito insegnanti che, parlando di uno studente particolarmente bravo e partecipe -o anche semplicemente di un buon secchione- immancabilmente concludevano il discorso dicendo che tale studente/studentessa avrebbe dovuto "trascinare la classe".
Eh no, dico io.
Cari professori, essere in grado di "trascinare" e coinvolgere la classe nelle vostre lezioni è il VOSTRO lavoro. Per un secchione, non farsi odiare è già abbastanza difficile anche senza le vostre stupide idee.

martedì 6 novembre 2012

In poche parole

 

Il lavoro di "sforbiciamento" del primo capitolo si sta rivelando più complicato del previsto.
Da una parte è liberatorio selezionare intere porzioni di testo e poter dire: "È scritto male! Taglia!" prima di giustiziare il tutto con un click... dall'altra, il pensiero di dover riforgiare tutto mi lascia un po' disorientata.

Intanto, mi sono messa a pensare a come ci sembrerebbero le trame dei libri più famosi se qualcuno dovesse spiegarci la trama in poche parole, o addirittura in una sola frase. La trama da sola, l'idea di fondo, può bastare per attirarci? Forse sì. Spesso sono le trame più apparentemente "semplici" quelle che funzionano davvero.


Le nobili casate di un regno si fanno guerra per conquistare il trono, mentre dal nord arrivano mostri nati dal ghiaccio.
(Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - George R.R. Martin)

Un giovane del 1700 diventa un vampiro.
(The Vampire Lestat - Anne Rice)

Un gruppo di avventurieri di razze diverse attraversa una terra ostile per distruggere un anello magico.
(Il Signore degli Anelli - Tolkien)

Un bambino scopre di essere un mago e inizia a frequentare una scuola di magia.
(Harry Potter - J.K. Rowling)

Una giovane donna vittoriana non si comporta come la società si aspetta da lei.
(Orgoglio e Pregiudizio - Jane Austen)

Uno scrittore viene tenuto prigioniero dalla sua più grande fan.
(Misery - Stephen King)

Una ragazza nell'Irlanda medioevale deve spezzare l'incantesimo che ha trasformato i suoi sei fratelli in cigni.
(La Figlia della Foresta - Juliet Marillier)

sabato 2 giugno 2012

Non ho sentito Maggio

È proprio così: non ho sentito maggio. O meglio, l'ho sentito passare come un treno sferragliante e sbuffante, ma è passato con la stessa rapidità, quasi senza fermarsi neppure un attimo.
C'è da dire che nel frattempo ho compiuto ventidue anni, ho passato delle gran serate piacevoli e ho fatto un intenso mese di lavoro: il rovescio della medaglia sono come al solito le settimane così piene e frenetiche da provocarmi perdita della memoria a breve termine; giuro che quando capitano questi (rari) periodi fatico perfino a ricordarmi che cosa ho fatto il giorno prima, o se il tale avvenimento è accaduto ieri o due settimane prima.
Nel complesso, posso dire che va bene. Va molto bene: non ho neppure sentito il terremoto di alcuni giorni fa (ero in macchina, e lontana da casa), che non ha toccato casa mia né la mia città pur facendosi sentire, ma che ha causato un piccolo disastro a soli pochi chilometri da qui.
Questo maggio ho anche finito di scrivere il mio secondo libro e il quarto episodio di una fanfiction epocale, ma, dal giorno in cui ho scritto la parola "fine" in fondo a tutte e due, non ho quasi più scritto una riga di altro. Ho buttato giù un sacco di appunti e schizzi random, ma non mi sono ancora decisa ad aprire un nuovo progetto. Sono in una "pausa tra un caso e l'altro" alla Sherlock Holmes.
Oggi ho avuto un sabato di pausa nel modo migliore che potessi desiderare: casa tutta per me, riposato quanto ne avevo bisogno, cazzeggiato al computer, mangiato quello che mi andava, e poi pomeriggio passato con un'amica al bar e in fumetteria, per poi finire alla sera con lavoretti di casa e poi spaparanzata davanti ad uno dei tanti film che amo guardare a ripetizione. (in modo leggermente autistico, come non manco di notare ^^)
Il lavoro è molto soddisfacente, con i suoi pregi e difetti. L'ambiente, però, mi ha dato modo di fare una riflessione su me stessa, ma non necessariamente in positivo.
Mi sono resa conto che, dopo l'ombra oscura degli anni delle medie, dopo la lenta guarigione nei primi anni di liceo, non mi sono liberata dall'ossessione per il giudizio degli altri. È così: per un po' ho creduto di potermi dire orgogliosamente libera e incurante di qualsiasi verdetto o giudizio, ma sfortunatamente non è affatto così. Sono ancora succube del giudizio degli altri, anche quando "gli altri" sono una massa indistinta, senza nome, sicuramente meno importante delle persone vere e reali con cui passo il tempo e con le quali non avrei ragione di vergognarmi o censurarmi. E invece no. Per qualche motivo, mi rendo conto che a livello inconscio sono rimasta la ragazzina che cerca approvazione e soffre se non la riceve. Mi irrito nel vedermi considerare una creaturina timida e indifesa, ma non faccio niente per dissimulare l'impressione. Non sono ancora capace di fare semplicemente quel che voglio senza sentirmi preoccupata per ciò che penseranno di me. So che è solo un altro dei piccoli, fastidiosi demoni con cui si deve convivere, ma a volte mi ferisce e mi irrita constatare che -dopo tutto questo tempo- sono ancora lì.

Comunque, considerato l'ammontare di materiale che ho ricevuto in prestito, giugno si prospetta, come dire... pieno!

http://i7.photobucket.com/albums/y262/PirataLaura/fumetti.jpg

domenica 6 maggio 2012

E due.

Senza neanche l'ombra di un editore, senza i soldi per la più misera auto-pubblicazione, senza nemmeno idea se quello che sto scrivendo sia pubblicabile oppure no, senza sapere se qualche lettore potrebbe trovarlo buono come lo trovo io...
...oggi anche il secondo libro è finito.
Lasciatemi almeno l'intima soddisfazione di questa piccola conquista.

File:The End Book.png

mercoledì 28 marzo 2012

Fuck yeah.

*esame da Guida (non di automobile)*
"...Voi, mi raccomando, dovete fare attenzione a non perdervi tra gli argomenti, a scegliere le cose da dire, ecc. ecc..."
*occhiata nella mia direzione*
"Tu vai bene."

*dialogo all'interno della mia testa*
"Ehi, ma... Autostima! Che bello rivederti! Dove sei stata tutto questo tempo?"
"...Sotto le tue suole, carogna!!!"

martedì 27 marzo 2012

Sempre parlando di coerenza

Presupposti:
- Non ho mai lavorato coi bambini e mi lasciano indifferente.
- Guidare a lungo mi mette ansia.
- Mi intartaglio se devo parlare in pubblico.
- Non amo la "gente".

Risultato:
Venire scelta per un lavoro di guida turistica e animatrice in costume, ad un'ora e 10 di auto da casa.

Senso: la mia vita non ne ha!


lunedì 6 febbraio 2012

Cosplayer orfani?

È appena passata la fiera del fumetto di Novegro, quella che da alcuni anni è una delle mie fiere preferite... e stavolta, me la sono "persa". Per semplici questioni di tempo o di impegno, né io né le mie amiche abbiamo programmato di andarci: non avevamo progetti in sospeso, un costume o un gruppo da portare proprio a quella fiera; molti avevano di meglio da fare, la neve avrebbe complicato qualunque spostamento, e così semplicemente il problema non si è posto.
Però mi sono accorta che mi mancano le fiere cosplay: quella in particolare, per questo, a ripensarci, un po' mi dispiace di essermela lasciata sfuggire quasi senza neanche pensarci.
E, mentre da una parte preme la pura nostalgia di mettermi in costume, di realizzare un intero gruppo, la folle sarabanda di costumi, parrucche e foto, dall'altra mi chiedo come deve essere la situazione per i "novelli" cosplayer. Il cosplay, come molte altre cose, deve la sua diffusione qui in Italia grazie ad internet: io stessa ne sono venuta a conoscenza per la prima volta tramite un forum, e pur frequentando già compagnie di gioco di ruolo e similia non ne avevo mai sentito parlare. La mia curiosità mi ha portata a visitare forum e siti internet personale degli stessi cosplayer, dove mostravano la realizzazione dei loro costumi, le loro foto, i loro scatti durante le fiere del fumetto: è bastato quello per affascinarmi e portarmi ad esclamare: "Voglio farlo anch'io!"
E così ho fatto, per diversi anni. Ci sono riuscita: nel 2006 mi sono tuffata a capofitto nel mondo del cosplay, trascinando con me un buon numero di amiche e -cosa più importante- guadagnandone altre nel percorso. Mi piaceva, e anche tanto. Per alcuni anni ho cercato di fare più fiere possibili, visto che mi davano la scusa per realizzare costumi e per interpretare i personaggi che amo, cosa a cui non rinuncio nemmeno adesso. Io e le mie amiche -che mi avevano seguita con lo stesso entusiasmo... o che avevo provveduto io stessa a trascinare per i capelli ^^ - ne combinammo un bel po' insieme, e ci divertimmo molto: poi, negli ultimi anni, il numero delle fiere a cui siamo andate o di costumi realizzati è diminuito drasticamente. Niente di cui stupirsi: il tempo che passa, gli impegni che si accumulano, le difficoltà degli spostamenti, tutte cose purtroppo normali.
Sulle prime ci ero rimasta un po' male, perché si è pur sempre trattato di un bel gioco che mi veniva sottratto. Poi però ho capito che alla fine non aveva importanza quante fiere facevo o quando avrei potuto dedicarmi ad un certo costume: il momento sarebbe arrivato, ci sarebbe stato un nuovo gruppo a cui lavorare insieme, un nuovo costume per cui chiedere aiuto, qualcos'altro da organizzare... a suo tempo. L'incontro con i Ruoleggi dei Caraibi alla fiera di Rimini, le bellissime amicizie che ne sono conseguite e i gruppi che siamo riusciti -una volta all'anno- a portare tutti insieme ne sono una prova tangibile. A distanza di tempo, ho anche deciso di aprire una pagina su deviantart completamente dedicata ai nostri cosplay, per celebrare quello che avevamo fatto, e l'ho chiamata La Corte dei Miracoli.
Io, insomma, continuo a ritenermi una cosplayer anche se partecipo a pochissime fiere e se faccio foto con l'unico sfondo del cortile di casa mia tanto per scherzare. Però non posso negare che, all'inizio, una grandissima mano mi è stata data da internet: c'erano i forum, grandi e piccoli, in cui anche un'inesperta esordiente come me poteva guardare le foto delle fiere, esplorare i vari tutorial e chiedere consigli ad altri ragazzi con la stessa passione. Sono la prima a sostenere che molti forum si sono, col tempo, trasformati in vere e proprie fosse dei serpenti, ma posso dire onestamente che nessuna lite cibernetica ha mai toccato me personalmente: non sono mai stata in contatto con molti cosplayer, e di certo non sono mai stata una delle tanto chiacchierate "vip del cosplay". E neanche mi interessa. Ma sto divagando: il punto è che, oggi, non esiste più neanche uno di quei forum. Per quello che ne so, i più grossi sono stati chiusi recentemente, e non ho mai saputo se ne fossero stati aperti altri per sostituirli.
Quindi, a chi si rivolgono i nuovi cosplayer? I ragazzi che magari non sono mai stati ad una fiera in vita loro e vorrebbero solo sapere se quella fiera è meritevole o meno, se c'è un biglietto d'ingresso, dove possono trovare il sito con gli orari di apertura? Se vogliono sapere se ci sono gli spogliatoi e a che ora comincia la gara? Fortunatamente molti siti delle fiere mettono fuori le informazioni apposta per i cosplayer, ma non tutte le nuove leve lo sanno. Per quanti lati negativi abbiano i avuto i forum, non era male avere un luogo dove curiosare i tutorial o scambiarsi opinioni. Era divertente sfogliare le gallerie ed emozionarsi perché in foto c'eri anche tu, col tuo costume. Molti ragazzi di un piccolo forum indipendente di cosplay erano diventati amici miei, e abbiamo fatto anche dei gruppi e delle fiere insieme: dopo, per svariati motivi, la compagnia si è disgregata e i contatti si sono persi, anche se ovviamente ogni tanto si rivede in fiera qualche faccia conosciuta, e ci si saluta volentieri.
Con la sparizione dei forum, è come se anche l'ambiente del cosplay fosse diventato ancora più "chiuso" di quanto non sia già adesso. Molti di quelli che lo frequentano da più tempo di me sono d'accordo nel dire che c'è un sentimento comune: che il cosplay sia riservato ad una qualche elite, una fetta ristretta di privilegiati. Io non ho mancato di notare che molti fotografi, in fiera, non perdono tempo con te se non sei qualcuno famoso in rete, o una bella ragazza svestita. Quando gli stessi cosplayer sono così chiusi ad interferenze esterne, come fanno i giovani cosplayer ad avvicinarsi a questo mondo che li affascina, ma che li tiene chiusi fuori?
Forse, facendo come anche noi abbiamo sempre fatto. Con il coraggio di mettersi una parrucca colorata e dei vestiti assurdi, e di piazzarsi in mezzo alla folla a fare foto.
Così come è sempre stato.
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sabato 4 febbraio 2012

Ossessionata e contenta

Non è una novità per nessuno: ho una spiccata tendenza all'ossessione.
Quando scopro qualcosa che mi piace -che veramente mi piace- a me, ogni volta, provoca lo stesso effetto dell'Illuminazione sulla via Damasco: vado letteralmente giù di testa, ne fruisco in continuazione per essere sicura di non essermi persa nemmeno un dettaglio (per questo mi piace tanto riguardare i film, rileggere i libri, ascoltare le stesse canzoni milioni di volte), e soprattutto mi metto a cercare ogni cosa che sia stata detta/scritta/disegnata/filmata/registrata sull'argomento. Me ne innamoro. E mi ci attacco come ad una bottiglia, per svuotarla fino all'ultimo sorso.
L'ho sempre fatto fin da piccola con quelli che erano i miei personaggi preferiti, i cartoni, i libri, anche se la svolta decisiva, l'Ossessione con la O maiuscola, è stato decisamente capitan Jack Sparrow. I Pirati e il loro mondo sono stati la passione che mi ha restituito la spina dorsale e la voglia di vivere, e che mi accompagnano fino ad oggi: dopo si sono susseguite altre cose che, per un motivo o per l'altro, sono state destinate ad accompagnarmi in modo costante in certi periodi della mia vita. Ci scherzo sopra, li ho affettuosamente identificati come "le mie ombre inquietanti" nei miei fumetti, però è innegabile dire che hanno sempre avuto un ruolo speciale: il Joker di The Dark Knight, che mi ha portata a divorare qualsiasi cosa avesse a che fare con Batman (ma più spiccatamente, col Joker e Harley Quinn); Rocky Horror Pictures Show che mi ha riacceso la passione per i musical e regalato un sacco di risate; Cats che è stato un innamoramento tardivo ma totale. E lungo la strada potrei aggiungere tutti gli altri musical che ho amato alla follia come il Phantom, Avenue Q, Les Miserables, Wicked. O i film che ho amato, i libri che ho letto, il gioco di ruolo.
L'innamoramento più recente è dovuto a Lestat - il musical, che mi ha portato in blocco non solo uno spettacolo piuttosto carino con alcune belle canzoni, ma anche una settimana a divorarmi il secondo libro di Anne Rice e la totale rivalutazione di un personaggio che non avevo mai apprezzato come merita. Lestat, appunto. Il divertente di questi innamoramenti improvvisi è che sono sempre, sempre, sempre del tutto inaspettati, non programmati e non incoraggiati in nessun modo se non con la semplice curiosità.
In ogni caso, ho sempre bisogno di "andare in fissa" con qualcosa, periodicamente. È qualcosa che mi riaccende il motore, che mi spinge a conoscere nuove cose e nuovi orizzonti, proprio come conoscere capitan Jack Sparrow mi portò a diventare quella che sono ora, amicizie ed esperienze comprese.
Mi piace riscoprirmi continuamente capace di "innamorarmi" di nuovo delle cose. Spesso, purtroppo, la cosa più difficile è proprio trovare qualcuno che condivida con me le stesse passioni, perché ovviamente non tutti sono voraci lettori, o appassionati di musical, o cosplayer, o disposti a scovare e guardare su internet l'unica ripresa esistente di due ore di spettacolo ripreso con una telecamera a mano cladestina... però, qualche volta, per fortuna succede anche quello.
Ma la cosa più bella è sempre questa: che gli innamoramenti rimangono. Non ho mai smesso di tenermi nel cuore tutto ciò che ho amato o apprezzato da piccola, così come adesso non ho mai smesso di amare tutto ciò per cui sono "andata in fissa" in passato. Ogni cosa di cui sono stata appassionata è ancora con me, come un enorme tesoro scintillante rinchiuso dentro una cassa, da aprire quando mi va per potermi crogiolare tra le sue meraviglie!
http://awalkoffaith.files.wordpress.com/2011/12/treasure-chest2.jpg

giovedì 19 gennaio 2012

lunedì 9 gennaio 2012

Psycho

"Lo vedi quel tipo laggiù?"
"Quello che è appena passato dal banco prestiti? Sì, che c'è?"
"Sai che è un assassino?"
"..."

"Hai visto come ha reagito male quella?"
"Sì, santo dio, e solo perché io avevo fila... e che cacchio!"
"Ma infatti credo che sia una psicopatica: guardale gli occhi, ha proprio lo sguardo da killer!"
"..."

Magari, ma dico magari, non è che potrebbero indicarmeli PRIMA gli psicopatici omicidi, così evito in tutti i modi di essere involontariamente scortese SOPRATTUTTO con loro???

http://www.hitchcockfans.com/images/gallery/screenshots/psycho17.jpg

sabato 7 gennaio 2012

Letterariamente

Dopo una settimana di compagnia, chiacchiere, orari improbabili, lunghissime camminate e locali vampireschi, è strano ritrovarsi il sabato mattina da sola, in silenzio, con l'aria fredda e il cielo limpido fuori dalla finestra e tutta la giornata libera davanti.
Sono i momenti in cui mi torna la voglia di leggere e, contemporaneamente, la voglia di scrivere. Saranno i cambiamenti e i ritmi degli ultimi mesi, però devo riconoscere con una certa dose di scocciatura che sono diventata spaventosament epigra per quanto riguarda la scrittura: non ho mai smesso di vivere le scene nella mia testa come se fossero reali, né di sentire incessantemente la voce dei miei personaggi mentre me li immagino in questa o in quella situazione. È come avere un proiettore dietro la retina acceso ad ogni ora del giorno o della notte, ma non è semplice trovare la forza di rimettermi lì, buona, e cominciare il lungo lavoro di trasformare le immagini in parole. Mi piace scrivere, ma a volte faccio fatica. E forse il motivo è proprio l'essere diventata più esigente e severa con me stessa, che da una parte mi aiuta a impegnarmi nello scrivere cose di buona qualità, dall'altra mi spaventa e mi frena la fantasia. Riuscirò mai a trovare il giusto equilibrio tra rigore e libertà?
A tal proposito, potrei finalmente mettermi a rispondermi alle disquisizioni letterarie di un mio amico. Absurd is The Way è il suo antro, la Letteratura dell'Assurdo il suo credo, Douglas Adams il suo maestro, e il fuffoso Formichiere il suo vessillo.
Da un po' di tempo ho scoperto che io e Tro abbiamo in comune la passione per la scrittura, e qualche volta abbiamo avuto modo di parlare di letteratura, dello scrivere, di libri, della necessità o meno di essere pubblicati, e cose così. Una delle cose che, nonostante tutto, stridono tra di noi, è il fatto che io non sia del tutto convinta dalla sua letteratura dell'Assurdo.
Col "non essere convinta" intendo che non mi piace? No.
Allora intendo che lui non dovrebbe "perdere tempo" a scrivere Assurdo. No.
Intendo forse dire che non ritengo l'Assurdo una letteratura? No.
Per quanto ne so -e in giro per la rete c'è tanta gente più esperta di me in questo campo- la letteratura dell'Assurdo esiste già da anni, e credo proprio che se ne ritrovino stralci in correnti come lo steampunk, il weird e la bizarro fiction. Douglas Adams e la sua Guida Galattica per gli Autostoppisti è un buon esempio, per un assaggio di letteratura dell'Assurdo con, tuttavia, una vera trama alle spalle. Se invece volete un po' di Assurdo allo stato brado, leggete il blog di Tro: vi consiglio i pezzi sul Natale, la Genesi e sul prezioso contributo del Formichiere nell'evoluzione delle scimmie.
Tornando a noi: le discussioni che abbiamo avuto sulla Letteratura dell'Assurdo toccavano diversi punti; dal fatto che si scrive per essere letti, al fatto che l'Assurdo sia un piacere per chi lo scrive, ma non per chi poi lo legge, o che la vera abilità di uno scrittore sia raccontare storie sì "canoniche", ma in modi che le fanno suonare sempre nuove e straordinarie. Ma abbiamo modi di scrivere diversi, e credo che non arriveremo mai ad un comune accordo: tuttavia, lui si è rivelato in grado di scrivere sia di Assurdo che di narrativa realistica (e, da scrittore a scrittore, io credo che abbia davvero del talento) e questo è un punto a suo favore.
"Perché non ti piace leggere di Assurdo?" mi è stato chiesto. Be', non sempre, replico. Il fatto è che, quando leggo, voglio immedesimarmi in quello che leggo, e con l'Assurdo non sempre ci riesco: occorre una sorta di vicinanza mentale e spirituale con lo scrittore di Assurdo. Proprio per questo mi sono piaciuti molto alcuni pezzi, in cui la colata calda e schiumosa di parole riusciva a trasmettermi esattamente le sensazioni che intendevano trasmettermi, mentre altri pezzi di letteratura Assurda mi sono sembrati semplicemente... assurdi, distanti dietro un vetro, come se guardassi da lontano la registrazioni dei sogni di qualcun altro. Penso che sia perché, nella letteratura Assurda, l'immedesimazione non è facile e spesso non garantita. Penso che si scriva e si legga soprattutto per sapere che non si è soli, che altri, nel mondo, hanno provato esattamente quello che proviamo noi.
"Perché non scrivi anche tu di Assurdo?" mi è stato chiesto. Ora, appurato che ciascuno scrive per descrivere quello che ha dentro, posso affermare che quello che c'è dentro la mia testa sono scene. Parlavo prima del proiettore mai spento: è questo che faccio mentre scrivo; racconto tutto quello che il proiezionista instancabile che vive dietro la mia retina manda in onda a getto continuo. A me piace la teoria di Stephen King.

"Da insegnante ho sempre insistito sulla semplicità. Che si tratti di narrativa o di saggistica, conta solo una domanda, e una risposta. <Cosa accade?> chiede il lettore. <Questo... E questo... E anche questo.> risponde lo scrittore."

Scrivo perché mi piace questo. A me piace raccontare che cosa succede, che cosa fa un personaggio, perché lo fa, che cosa pensa e cosa lo spinge a fare certe cose. Mi piace essere sulla spalla di un personaggio, dietro di lui o dentro la sua testa. Quindi non scrivo Assurdo semplicemente perché non mi è congeniale, perché vi trovo meno piacere di quello che trovo a scrivere di narrativa, ma non per questo voglio dire che non mi piace o che lo ritengo spazzatura. Affatto. Credo nella libertà di scrivere ciò che si vuole, ciò che ci dà il piacere immediato nello scriverlo e/o il piacere di rileggerlo, e anche nel potere liberatorio di scrivere qualcosa di completamente Assurdo. Credo più alla necessità di piccole quantità di Assurdo in storie comuni, perché spesso è la minima quantità a fare il massimo effetto.
Non mi piace l'assurdo e la bizzarria fine a sé stesse, l'arrogante snobismo di chi ti sbatte in faccia una storia scritta con i piedi e alle tue critiche protesta: "Ma guarda, tu non capisci! La tua visione è così disgustosamente limitata! Non è Assurdo? Non è Bizarro? Non è geniale e totalmente fuori dai canoni? Questa è vera letteratura, questa è vera scrittura, non quella di voi pecoroni strozzati dalla convenzione!"
Beninteso che non sto parlando di Absurd is The Way, ma di altri blog che ho avuto modo di visitare per anni, facendomi un'idea di chi li scriveva. Per me, vale sempre la regola che tu puoi scrivere tutto quello che vuoi, ma nel momento in cui me la fai leggere io sono libera di dirti che a me fa schifo. E non vale rispondermi che mi fa schifo perché sono così terribilmente out e di mente chiusa.
Ho trovato un estratto da un'intervista volta a spiegare il genere Bizarro, che vi riporto qui:
D: Scegli la tua storia preferita fantasy o fantascienza non-Bizarro e fai un esempio di come sarebbe differente se scritta nell’ottica del Bizarro.
R: Molta gente pensa che la fantascienza sia narrativa weird. Ma il punto è che la gran parta delle storie di fantascienza hanno un solo elemento weird. Con il Bizarro, ce ne sono tre o di più. Perciò per rendere una storia di fantascienza Bizarro, bisogna aggiungere due o più elementi.
Dato che le storie di fantascienza e fantasy che preferisco tendono già molto al Bizarro, semplicemente sceglierò una storia che è familiare a tutti:
Jurassic Park – l’elemento weird, che rende la storia fantascienza, riguarda uno zoo per i dinosauri. Aggiungiamo un altro elemento di weird, cambierò i personaggi da un’allegra famigliola di scienziati a un gruppo di pornografi che hanno fatto irruzione nel parco per filmare video porno di zoofilia con i dinosauri. Per il terzo elemento weird, farò in modo che l’avere rapporti sessuali con i dinosauri in qualche maniera doni superpoteri agli attori porno. Ecco qui, la storia sarebbe weird a sufficienza per essere catalogata Bizarro. Non sono sicura sarebbe una buona storia, ma sarebbe Bizarro.
Con tutto il rispetto, ma chi avrebbe davvero voglia di leggere una boiata del genere? Sinceramente. Io no. Credo che il bizzarro, l'assurdo e la stranezza nascano prima di tutto nella mente delle singole persone: ciascuno di noi ha una sua concezione dell'assurdo, per questo sono convinta che troppo Assurdo fine a sé stesso finisca solo per confondere le idee a chi lo scrive e a chi lo legge e, punto fondamentale, finisce per non dire niente a nessuno. Che è quanto di peggio possa accadere in Letteratura. Non dire niente.
Non mi piace l'accanimento contro la Convenzione. Sarebbe come dire che tutto ciò che è convenzionale, anche solo raccontare una storia con inizio, svolgimento e fine (che, come sappiamo, possono anche essere scambiati come preferiamo) è male, banale, noioso e costrittivo, e chi segue la convenzione non è altro che un povero narratore frustrato al quale hanno tarpato le ali. No. Perché mai? Si possono raccontare storie sempre nuove e vive, come nessuno ha mai fatto prima, anche con semplici regole elementari. Anche le note musicali, di base, sono solo sette, no?

Non esiste un modo giusto di raccontare. Ma soprattutto, non credo che ci sia bisogno di trovare continuamente giustificazioni alla letteratura e allo scrivere. Di che cosa dovremmo mai giustificarci? Noi scriviamo. Tutto qui. Cosa, è il gradino successivo. Ma prima di tutto scriviamo. Quindi, meno lunghe e intricate disquisizioni sul perché si dovrebbe o non si dovrebbe scrivere, e scriviamo di più. Di qualunque cosa.

Inchino, e spade nel fodero.

giovedì 15 dicembre 2011

Voci di biblioteca

martedì 15 novembre 2011 15.59

"Allora, com'è andata la tua prima settimana qui?"
"Be', piuttosto bene direi!"
"Era come te l'aspettavi?"
"Sì, penso di sì."
"E giù ai prestiti, col pubblico, ti sei trovata bene? Ti piace di più?"
" Mah, ti dirò, mi piace di più stare qui di sopra."
"...Ah sì? A fare ricollocazione, e tutto?"
"Sì!"
" ..."
" ...perché? È strano?"

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Sono o non sono... Capitan Uncino!

lunedì 20 giugno 2011 20.07
   http://29.media.tumblr.com/tumblr_l13r2uEd111qbvqlqo1_400.jpg
È risaputo che sono un'amante dei cattivi.
Di recente, però, una serie di curiose coincidenze mi ha fatto riscoprire sotto una luce del tutto nuova un particolare cattivo: capitan Uncino. Ora, a dirla tutta, non ho mai amato molto Peter Pan: mi piace il modo in cui James Matthew Barrie celebra il potere della fantasia e dei bambini, ma niente di più. L'ultimo film di Peter Pan lo vidi, credo, nel 2003 una sola volta al cinema, e non mi lasciò tanto impressionata... salvo una cosa. Salvo capitan Uncino. Però finì tutto lì: apprezzai l'idea, ma poi dimenticai il film, che mi aveva lasciata piuttosto fredda.
E adesso, invece, l'ho ripescato e riguardato solo per lui: per Uncino. A parte il fatto che lo interpreta un pregevolissimo Jason Isaacs e che mi si sono accesi gli ormoni da un bel po' e non trovo più il tasto per spegnerli... A parte questo, la seconda visione del film è stata quella che mi ha riconfermato una certezza: ovvero che sto definitivamente, da sempre, dalla parte dei Pirati. Dalla parte di Uncino.
Non parlo proprio dell'Uncino che Barrie intendeva come cattivo e nemico dell'infazia per eccellenza, o quello di Bennato per il quale "per scuotere la gente/ non bastano i discorsi/ ci vogliono le bombe!". Parlo dell'Uncino che ho visto io. Questo Uncino è ossessionato da Peter Pan, succube di una rabbia e di un odio che non ha eguali: e credo che tutto il suo odio non sia altro che... paura del tempo. Peter Pan gli ha tagliato una mano, e con con quel gesto gli ha ricordato il suo essere mortale: da quel momento il coccodrillo lo segue sempre con il suo infernale ticchettio, condannandolo. Un Uncino che odia Pan perché la sua perenne infanzia, allegria e vitalità lo stanno uccidendo lentamente, torturandolo con una felicità e una spensieratezza che a lui sono negate.
Mi piace molto di più Uncino, che Peter Pan. Peter è davvero "incompleto" come lo definisce giustamente il capitano: lui non crescerà mai, non invecchierà, non avrà mai una crescita interiore, né la possibilità di amare in modo adulto. Tutto questo lui lo ha scelto, e non torna indietro. Wendy lo ama, ma il suo è il gesto di chi amerà per sempre i propri sogni di bambina, pur accettando la crescita, i cambiamenti, le responsabilità. Wendy è un personaggio completo, Peter no. Peter è un archetipo, e quello resterà.
Per aprire una parentesi, una delle cose che non mi erano piaciute nel film era tutta l'esasperatissima tensione erotica tra Peter e Wendy; cosa che stride ancora di più quando ci si scontra col fatto che il romanticismo, tra loro, non può avere nessuno sbocco. Perché? Perché Peter è bloccato. È emotivamente incompleto, e al contrario di Wendy lo resterà. Se poi contiamo che capitan Uncino è lo stesso attore che interpreta il padre di Wendy, posso tirare fuori tutte le teorie freudiane che voglio... ^^
Uncino capisce tutto il peso della realtà: quello della propria solitudine, quello del tempo. La sua unica consolazione, ormai, è quella di sapere che Peter è solo quanto lui; per questo sembra più interessato a distruggere quello che ama, piuttosto che ucciderlo quando ne ha l'occasione. Non si sa cosa speri di ottenere una volta uccisa la sua nemesi: a Trilly dice che "morto Pan, saranno entrambi liberi". Forse liberi dallo spaventoso spauracchio del tempo che passa.
Insomma, dopo che già diverse volte un capitan Jack Sparrow è comparso ad indicarmi la strada, stavolta a richiamare la mia attenzione è stato un Capitan Uncino, che col suo uncino di ferro batte significativamente sul quadrante di un orologio che ticchetta inesorabile.
Essere dei Peter Pan non deve mai diventare un peso, come un'Isola che Non C'è non deve diventare una gabbia dorata dentro cui murarsi vivi. Il mondo fuori fa una paura boia, e il semplice rifiuto della realtà e delle responsabilità non ti aiuta a combattere.
Volere fermare il tempo o tornare indietro non lo fa rallentare. Limitarsi a sognare non realizza i sogni.
E qualche volta ci vuole davvero un presunto cattivo per insegnarti ad armarsi di spada e respingere le sciabolate della realtà.
Il coccodrillo non si ferma, e non aspetta nessuno.