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lunedì 30 ottobre 2017

Cose da (ri)leggere ad Halloween!




Consigli su qualcosa da leggere/guardare ad Halloween? Io intanto propongo questi!

- Il Figlio del Cimitero (Neil Gaiman) 

Oh, Gaiman di solito è una garanzia. 
Il Figlio del Cimitero” mi ha conquistata perfino più delle sue raccolte di racconti, pur nella sua semplicità. È una favola noir per ragazzi, godibilissima, nata da un racconto e solo in seguito sviluppata come romanzo.
Ammetto che lascia un po’ l’amaro in bocca la brevità del libro e la rapidità con cui si risolvono certe vicende... ma si tratta in fondo di un prodotto per ragazzi, e glielo si scusa. 

Curiosità: esiste anche la versione a fumetti, molto fedele e ben fatta. Unico difetto: il formato libro dell’ultima edizione rende alcuni dialoghi molto difficili da leggere, purtroppo.

- Io Credo nei Vampiri (Emilio de’ Rossignoli) 

Saggio del 1961 riproposto nel 2009: l’ho comprato quasi per caso per documentazione personale e si è rivelata una scoperta interessantissima. Esplora il mito del vampirismo e dei non-morti in generale attraverso folklore, leggenda, psicologia, letteratura e cinema. Insomma, il genere di trip che piacciono a me. È anche scritto con uno stile incredibilmente ironico che lo ha reso davvero godibile.

Solo di una cosa si sente la mancanza: essendo stato pubblicato negli anni ’60 manca tutta la documentazione letteraria e cinematografica sui vampiri prodotta in seguito, ovvero una fetta colossale! Ma resta interessante per tutto quello che riguarda il vampirismo nelle sue connotazioni più antiche.

- Penny Dreadful 

Mia croce e delizia! 
No, macché, sto mentendo. Penny Dreadful mi piace, e anche molto. 
Lo avevo ignorato quando era appena uscito, poi ho recuperato quasi per caso la prima stagione. Ha innegabilmente il suo carico di trash: infatti sulle prime puntate ci si fa anche delle gran belle risate, ma sono rimasta affascinata dall’atmosfera gotica di una Londra vittoriana intrisa di soprannaturale che, non c’è verso, riesce sempre a piacermi.
In breve, mi sono guardata tutte e tre le stagioni e ancora non mi stanco di riguardarle.
Ambientazioni splendide, atmosfera carica di fascino, personaggi ai quali non puoi fare a meno di affezionarti e -se alla fine vi sarete lasciati coinvolgere quanto ho fatto io- vi assicuro che ogni tanto ci scapperà pure qualche lacrima.

Curiosità: io faccio parti di quella fetta di pubblico a cui il finale è piaciuto.
Ci sarebbero fiumi di parole da spendere su quanto -perfino all’interno della storia- sia evidentissimo il momento in cui la produzione ha dovuto dare un’accelerata bestiale sapendo che non li avrebbero rinnovati per una nuova stagione, e quindi occorreva chiudere la serie. 
Però sono convinta che il finale che abbiamo avuto sia quello che avevano in mente fin dall’inizio. Raggiunto in fretta e furia, sacrificando gli sviluppi di altri personaggi e nuove trame che sicuramente c'erano, ma il finale era quello. 
Anche se, naturalmente, anche a me resterà per sempre la voglia insoddisfatta di vedere che cosa avrebbero potuto realizzare se solo avessero avuto più tempo!

venerdì 30 settembre 2016

PRINCE LESTAT (Ovvero: “Ci può essere una sola Regina.”)



"Il Principe Lestat" uscì ben due anni fa, nell'ottobre del 2014.
Si proponeva come il grande ritorno sul panorama letterario di una saga storica che si era chiusa anni prima: Le Cronache dei Vampiri. Schiere di lettori fra la speranza e la paura. Lo comprai allora, lo lessi, lo richiusi, scavai una fossa bella profonda per le mie piccole speranze e da allora non ne feci più parola.
Ma ora, fresca di rilettura, credo di essere pronta a fare "la Recensione Che Non Serve Più", ovvero a ricollegare tutti i fili e cercare di capire cosa, cosa, COSA a mio personalissimo e parziale parere non ha assolutamente funzionato.

E poi hanno appena pubblicato "Harry Potter e la maledizione dell'erede". Insomma, è bello sapere che può sempre andare peggio!




(Io vi avverto: SPOILER come se piovessero.)


Sono tre stelline su cinque, su aNobii, ma solo perché non posso dare due stelle o meno ad un libro oggettivamente ben scritto. Premetto che adoro Anne Rice, il suo stile, le sue Cronache (delle quali però ritengo essere davvero valida solo la trilogia originale), quindi è molto doloroso recensire negativamente un libro che ho letto comunque sotto l’influenza di tutta l’ammirazione che ho per una scrittrice del suo calibro. Sono i contenuti, qui, ad essere davvero carenti.

In realtà il libro parte piuttosto bene. Non è male vedere come se la cavano i vampiri passati gli anni 2000, ed è veramente interessante pensare come le comunità soprannaturali possano sperimentare una crisi a causa dell’avvento della tecnologia moderna.
Ma. Le note dolenti arrivano prestissimo.
Con la figura di Fareed, il medico vampiro, arriva quello che non bisognerebbe mai fare: il tentativo di spiegare il soprannaturale.
Faccio il paragone con La Regina dei Dannati perché i due libri hanno molto in comune: stessa struttura, stesso svolgimento, ma uno funziona e l’altro no. Nel terzo libro delle Cronache la genesi dei vampiri veniva effettivamente spiegata, ma si rimaneva nel mondo dello spirituale e dell’inconoscibile. Qui invece tutta la magia e l’aura di misticismo si incrina e cigola sotto tentativi di spiegazioni scientifiche basate su cellule e molecole che, anche se possono essere ingegnose, a parer mio rovinano lo spirito del libro. (Con le parole: “Non siamo morti, siamo organismi vivissimi” Fareed rovina l’intero spirito di una saga) I vampiri della Rice rimangono troppo romantici per avventurarsi nel mondo delle prove empiriche.
E poi, nessuno vuole la spiegazione scientifica al vampirismo. Vogliamo i morsi e i banchetti di sangue, grazie.
Gli esami ed esperimenti a cui Lestat si sottopone sfiorano il ridicolo, compreso quello ingegnosamente progettato per fargli provare di nuovo il sesso come umano, ma su quello tornerò più tardi. Infelicissima la frase “Avrei potuto scrivere un saggio di 500 pagine su come mi gettai su quella giovane donna...” E allora descrivi, di grazia, che io per questo malloppo di libro ho pagato.
Inoltre, certe battute a beneficio della “modernità” sono solo imbarazzanti, come Lestat che cita Mel Brooks. Ma, dopo un inizio che tutto sommato ingrana, con la crescente minaccia di un pericolo comune misterioso e incalzante, proprio come era Akasha... tutto comincia a rallentare.

La storia dell’umana Rose intrattiene, come hanno sempre fatto le storie degli umani che per caso o per destino incrociano il cammino dei vampiri. Mi è sembrata quasi una sostituta per Claudia, una nuova figlia adottiva di Lestat. Non mi dispiaceva il suo carattere, ma purtroppo finisce per diventare una delle ragazze indifese, angelicate e prive di spessore che un po’ troppe volte si incontrano all’interno delle Cronache.
Il suo flashback si conclude purtroppo con la rivelazione della Grande Boiata che permea questo libro.
Il figlio di Lestat.


 (E uno pensa: avrà una sua utilità? No, per tutto il libro è inutile e torna buono solo come ostaggio. Ma magari sarà l’unico lascito umano di Lestat, l’unico erede mortale che... No. Vampirizzato entro la fine del libro.)

Mentre ancora ci si asciuga le lacrime, si passa alle storie di un mucchio di personaggi nuovi. Storie piuttosto interessanti ma, come ho detto, sono un mucchio. Troppi nomi, troppe storie che non spiccano, e stavolta (al contrario de La Regina dei Dannati) le situazioni non sono mai abbastanza pregnanti.
Non si sente il pericolo incalzante, non si ha la sensazione che ogni capitolo sia un pezzo di puzzle che va al suo posto. Metà della Regina era occupato dalla storia delle gemelle, ma quella storia era fondamentale per i vampiri riuniti ad ascoltarla, così come per il lettore.
Qui si affoga lentamente fra i nomi e i fatti. La narrazione procede lenta e leziosa. Spiccano i pochi momenti di vera azione e pericolo, ma invece per il resto tutti i nuovi personaggi sono così tranquilli, pacati, educati e pieni di sussiego da dare sui nervi. Sembrano troppo occupati a fare le presentazioni fra loro piuttosto che a fare avanzare la trama in una direzione qualsiasi.
I vampiri della Rice erano sempre eccessivi, nel bene e nel male, ma erano dominati da emozioni fortissime che potevano distruggere o salvare. Armand era uno psicopatico. Il rapporto fra Lestat, Louis e Claudia ha quasi portato tutti e tre alla morte. Quei vampiri si erano fatti a vicenda cose inenarrabili, e alla fine, a distanza di secoli, si sforzavano di andare d’accordo nonostante il baratro rimasto fra di loro.

Qui invece sono tutti sedati. Tutti beneducati e vestiti benissimo, cosa che viene ribadita fino allo sfinimento. (Ho perso il conto di quante volte ho letto le parole lana pettinata e capelli curatissimi: per favore, per una volta vorrei un vampiro buzzurro.)
 La cosa più insopportabile è che sembra che la Rice abbia avuto intenzione di riabilitare e ripulire tutti i suoi vecchi personaggi. C’è un tripudio di secondari che ritornano, ma non fanno altro che un breve cameo: è bello rivedere alcuni (come Eleni o Alessandra), curioso ricevere rivelazioni inaspettate su altri dati per morti (il creatore di Marius), mentre altri... Beh, il fatto rilevante sembra essere ancora una volta che tutti ritornano in splendida forma e aspetto meraviglioso: sembra che adesso non sia più permesso essere brutti o inquietanti.
Perfino Magnus (Magnus. MAGNUS!), il vampiro creatore di Lestat, ritorna come fantasma. E, siccome i fantasmi a quanto pare possono scegliere il loro aspetto, il suo è ovviamente bellissimo e fascinoso. Un educato e splendido gentiluomo di mezza età senza altro scopo se non di fare il proprio cameo.
No, Cristo! Ridateci il vecchio gobbo pazzo! (anzi, lasciate le sue ceneri al vento, dove dovrebbero restare!)
Una volta la narrazione era piena di significato e poesia. Ora la cosa più importante sembra essere ribadire in ogni capitolo di che marca siano i vestiti firmati dei protagonisti.
Poi: so che i libri sono parte integrante del mondo dei vampiri, ma più di una volta nella storia vengono prese in esame le Cronache e sembra sempre che la Rice si stia facendo i complimenti da sola.

Tutto il libro è un lungo percorso per radunare i personaggi in un solo luogo. E ci mettono un’eternità. Senza urgenza, senza coinvolgimento, senza panico, senza pathos: sono tutti così tranquilli e rassegnati che ti chiedi perché dovresti essere tu a preoccuparti. Gli unici pezzi in cui davvero si teme per i nostri beniamini sono durante i colloqui con Jesse e David, quando si viene a sapere della condizione critica delle due gemelle millenarie, Mekare e Maharet.
Poi di colpo accade il peggio con la violentissima morte di Maharet che nessuno voleva vedere finire così.
Comunque, i vampiri hanno davvero troppa fiducia che Lestat possa essere la soluzione. Non hanno mai avuto fiducia in lui, e facevano bene. Lestat è quello che i casini li crea, non li risolve. Funziona l’idea di lui come figura carismatica e famosa attorno a cui la comunità dei vampiri si radunerebbe, ma siamo seri, qualcuno gli affiderebbe potere decisionale su qualcosa? Qualsiasi cosa?



È un eccesso di amore, un’ode a Lestat più sperticata ed ingiustificata che mai. Amavo Lestat per il fatto di non essere un leader. Era fantastico per il suo modo di tirarsi addosso l’amore ma anche l’odio di tutti gli altri: ora tutti lo osannano come la più banale delle Mary Sue. Non c’è più traccia della sua complessità, il suo spirito d’azzardo e il suo essere controverso. Ora, almeno agli occhi di tutti coloro che popolano il libro, non può essere altro che perfetto.

Inoltre, a me dispiace moltissimo come viene trattata Mekare. Questa è solo una mia opinione, ma il mistero che la circondava, il fatto che fosse una creatura muta e selvatica, le aveva sempre dato un’aura di fascino mistico. Lei era l’unica che potesse prendere dentro di sé lo spirito Amel e diventare la sola, degna regina dei dannati.
Invece il libro sostiene la teoria che Mekare sia ridotta a nient’altro che una creatura in stato quasi vegetativo con solo brevi guizzi di intelligenza, e sfata completamente il mito, la declassa, la relega a rumore di fondo.
Ammetto che è una scelta comunque interessante, può piacere o no. Per me non ha fatto altro che aumentare la sensazione che tutti i personaggi, anche i più potenti e mistici, stessero perdendo il loro status in favore di Lestat.

Amel si è risvegliato e sta soffrendo all’interno del corpo privo di raziocinio di Mekare. Viene da chiedersi allora che cosa provasse durante i millenni di immobilità dentro il corpo di Akasha ridotta ad una statua.
Il problema è che l’unica reazione a questa minaccia sono chiacchiere. Anche quando finalmente i vampiri si radunano, non si fa altro che fare un lunghissimo punto della situazione. I bevitori di sangue sono soltanto nomi radunati attorno ad un tavolo, e poco altro. Fra applausi, grida di giubilo e fuochi d’artificio riappare anche Gabrielle, che probabilmente insieme alla nuova vampira Sevraine sarebbe già pronta per conquistare il mondo e lascia intendere un passato di avventure incredibili, ma di tutto questo non verrà parlato.
Mi piace la svolta sanguinosa che prendono gli eventi quando è (FINALMENTE) il momento di affrontare il nemico faccia a faccia, ma tutto quello che riesco a pensare alla fine dell’azione è: così facile? C’era veramente bisogno di 400 pagine? I due vampiri antichi che ricoprono il ruolo degli antagonisti sono talmente riluttanti e si fanno fregare così facilmente da essere imbarazzanti.
Come nella peggiore delle tradizioni, le scene più belle accadono fuori scena. Avrei voluto assistere al momento del risveglio di Mekare invece di sentirla raccontare per telefono. Quello sì che avrebbe allungato almeno un po’ una scena di climax penosamente breve, invece la tensione dura appena mezzo capitolo, per lasciare il posto a...? Ulteriori capitoli di assestamento!
Parentesi: alcune scene finali come quella dell’apparizione di Amel nello specchio o di Mekare che raggiunge Lestat sono veramente belle. Sono le conseguenze a lasciare profondamente perplessi.
Ma andiamo con ordine, sui punti più controversi del libro.

Lestat e Viktor
Viktor, spiace dirlo, ma è inutile. Il suo concepimento è forzato e ridicolo. Ai fini della trama serve come ostaggio, ma per quello, narrativamente parlando, sarebbe bastata Rose. Anzi, lei sarebbe stata una scelta migliore. Lestat non ha un rapporto con Viktor: un personaggio meno emotivo avrebbe anche potuto non provare nulla per lui, un figlio che non ha mai visto e con cui non ha alcun legame se non quello biologico. Ma no, ovviamente Lestat non può che amare con tutto il cuore questo figlio (...clone?) spuntato dal nulla, che alla trama non aggiunge nulla.

Pessime decisioni, volume 1: Viktor e Rose
Ormai è prassi venire trasformati in vampiri senza passare dal via.
Viktor è cresciuto fra soprannaturali, con Rose ci hanno provato a tenerla lontana, ma ci è finita dentro. Inevitabile il parallelo con la storia di Jesse Reeves, se non fosse che Jesse era un personaggio completo, mentre Rose è una macchietta.
Siamo davvero sicuri che l’idea migliore sia trasformare una coppia di ventenni sani che sanno a malapena che cosa stanno chiedendo? L’ipotesi di non farlo, di risparmiarli e lasciare che vivano la vita normale che dicono di non volere viene solo sfiorata e poi accantonata: no, no, molto meglio trasformare questi giovani traumatizzati prima di subito, a neanche ventiquattro ore dal loro incontro con Lestat.
Idea buona quanto quella di trasformare Benji a suo tempo: un dodicenne, e quindi un altro bambino vampiro, quando abbiamo già visto tutti le conseguenze su Claudia. Non importa se questo marmocchio riesce a farsi passare per adulto: resta quello che è. Un dodicenne vampiro.

Pessime decisioni, volume 2: C’è una sola Regina dei dannati, e il suo nome è Lestat
Era l’unico modo in cui potevano andare a finire le cose. Il titolo è già in sé uno spoiler bello grosso. Ma spiegatemi perché tutti dovrebbero acclamarla come una buona idea.
Il momento del passaggio di testimone di Mekare è macabro e molto d’impatto, ma (a parte che non sapremo mai se Mekare agisse di sua volontà o spinta da Amel...) per gli altri vampiri sarebbe il momento di tremare sul serio. Amel ha trovato il suo nuovo ospite e, oh mio Dio, non poteva sceglierne uno più controverso e incontrollabile. Molti dei vampiri potrebbero avere da ridire, schierarsi con Lestat o contro di lui. Insomma, ci sarebbe terreno fertile per un buon calderone di conflitti.
No. Tutti approvano. Il principe è stato scelto, evviva il principe.
Ma certo, perché se c’è un vampiro che non ha mai fatto scelte discutibili, completamente folli, pericolose e autodistruttive quello è Lestat, vero? A parer mio, Lestat è il primo candidato a cadere in preda alla follia con la prospettiva della voce di Amel nella sua mente in eterno! Ma a quanto pare non sarà così, anzi, si rivela invece la soluzione ad ogni male perché in questo modo né lui né Amel saranno mai più soli.
Sarà, ma io avrei davvero paura di un vampiro come Lestat con Amel nella testa. Ma nessuno (o pochi?) dei personaggi sembra condividere il timore.

La conclusione, dopo attimi di tensione troppo brevi, è prolissa e noiosa in modo quasi doloroso. Altri interminabili discorsi. Altri tributi di devozione al nostro perfetto vampiro. Altra politica e salamelecchi.
Una cosa apprezzabile: l’ultimo capitolo dedicato a Louis che in qualche modo chiude il cerchio. Ma non basta a superare la delusione e la sensazione che alcuni vampiri avrebbero dovuto restare nelle loro bare, intatti, nello splendore degli anni ’80.

Tutto il libro non sembra altro che una preparazione per un nuovo ordine, con quei personaggi nuovi schierati ma non ancora utilizzati, forse in attesa del prossimo episodio.
A proposito, abbiamo già il titolo. In origine doveva essere Blood Paradise, ma ora sta per uscire sotto il titolo di Prince Lestat and The Realm of Atlantis.
...
Non ce la faccio.

 (http://sheepskeleton.tumblr.com/)


 E adesso, per ricordare insieme i bei tempi!

giovedì 23 ottobre 2014

RVH: Ascesa alle Tenebre - Recensione


È vero che si scrive, ma intanto naturalmente si continua anche a leggere!
Parliamo del libro che mi ha tenuto piacevolmente compagnia la scorsa settimana… Raistan Van Hoeck – Ascesa alle Tenebre, di Lucia Guglielminetti.

Sono incappata in questo libro come mi succede la maggior parte delle volte: per caso. Ho scoperto la scrittrice su internet, e mi sono incuriosita: complice anche il suo sito, dove è possibile leggere parecchie anteprime del suo lavoro, e quindi dare anche un corposo assaggio prima di decidere se i libri ti interessano.
Mi interessavano molto, ma ammetto che non sapevo esattamente cosa aspettarmi quando ho dato una possibilità a RVH. La storia è quella di Raistan, nato nell’Olanda del 1677, e tramite le sue memorie si ripercorre la sua vita: quella da umano, e quella che comincia con la sua rinascita da vampiro.
Prima impressione? Era esattamente quello che avevo voglia di leggere in questo periodo. Sono sempre alla ricerca di qualche racconto sui soprannaturali che abbia il sapore di qualcosa tra Anne Rice e Vampire the Masquerade, e fino ad ora nessuno dei libri urban fantasy recenti che mi era capitato di leggere mi aveva davvero soddisfatta. 

Non mancano alcuni difetti: anche se la maggior parte, ci tengo a precisare, riguardano questioni di stile. E di gusti, ovviamente. A me, per esempio, non piace molto la narrazione in forma di diario. Di solito apprezzo sia la narrazione in prima persona che i salti temporali: ma, in questo caso, i pezzi narrati al passato prossimo invece che al passato remoto mi smorzano moltissimo l’immediatezza di una scena.
L’inizio è frettoloso, come se fosse un punto del racconto su cui non vale la pena soffermarsi. Ci sono alcune frasi ricorrenti che stonano: avrei evitato le continue spiegazioni rivolte al lettore, che più volte rimarcano come “a quel tempo si facesse così”, e spesso si incappa in termini troppo moderni. È vero che il Raistan dei nostri tempi potrebbe usarli, essendo lui la voce narrante, ma ogni tanto semplicemente stonano all’interno di una scena ambientata nel settecento. (“come un alieno”, “le loro espressioni erano da filmare”, eccetera)

Per quanto riguarda non lo stile, ma i personaggi: Raistan è un protagonista carismatico, lui e Shibeen spiccano sopra tutti gli altri, ma anche i comprimari riescono ad essere piacevoli. È quasi un peccato che il Raistan bambino e umano sia così buono e caro, senza nemmeno un’ombra della persona che diventerà in futuro: non mi sarebbe dispiaciuto vedere qualche sprazzo più cupo e “selvatico” nel bravo bambino olandese che se ne va di casa in cerca di fortuna senza altra compagnia che quella del suo cane.
Shibeen: poteva essere banale, e invece non la è stata affatto. Poteva limitarsi a ricoprire il suo ruolo di creatrice e poi scomparire sullo sfondo, invece sono stata felice di vederla presente per la maggior parte del libro. L'unica cosa che mi è sembrata strana è il modo repentino in cui lei decide di cacciare Raistan di casa dopo averlo trasformato, anche se è per la sicurezza della sua famiglia. Lo seguiva da così tanto tempo che ci si aspetterebbe di vedere più ostinazione da parte sua, o almeno un progetto, un piano per lui: invece dopo pochi giorni è pronta a mandarlo via. Inoltre, anche più avanti, forse sarebbe stato più credibile se l’iniziativa di mettersi in viaggio fosse partita da lui invece che di nuovo da Shibeen.

SPOILER!
La parte centrale, dal 1705 al 1750 con la nascita come vampiro e tutto quel che ne consegue, è stata la mia preferita. Però non ho potuto fare a meno di notare che alcuni episodi rispecchiano fin troppo perfettamente Intervista col Vampiro: come l’avvelenamento da assenzio e laudano, seguito dal fuoco e dal periodo di “coma” in acqua, anche se messi in un contesto diverso. Tuttavia, sono ben narrati. E tutto il pezzo successivo riguardo il recupero di Raistan, stavolta raccontato da Shibeen, è molto sentito.
C’è una forte alternanza di pezzi molto intensi e di pezzi un po’ troppo rapidi. L’incontro con Stefan sembra contenere un bel po’ di dettagli molto importanti: lui ha caratteristiche evidentemente fuori dal comune per essere un vampiro, e la sua amicizia con Raistan sembra essere un dettaglio da non sottovalutare. Tuttavia, dura pochissimo. E, peggio ancora, sappiamo già che fine farà in futuro! È un peccato: era proprio necessario rovinare la sorpresa?
Anche l’intera parte terza, il “Qui e Ora” che in teoria dovrebbe essere la trama portante del libro, soffre della stessa fretta e della narrazione al passato prossimo. Stavolta, al contrario di quanto accadeva ne “Il racconto di Shibeen” ho trovato molto limitante lo stile di scrittura: gli eventi raccontati sono tantissimi e molto importanti, ma sono drasticamente ridotti in forma di lettera, e quindi buona parte del brivido della storia si perde.
Mi è spiaciuto. Nel complesso, se il libro fosse stato più lungo perfino di cento o duecento pagine pur di raccontare nel dettaglio –o con un diverso pov- gli ultimi avvenimenti, sarebbero state duecento pagine che avrei letto volentieri.
Non ultima, la sensazione che manchi un pezzo. So che i salti temporali sono tutti quanti voluti, ma la “mancanza” mi è rimasta. Si parla molto della famiglia degli Andrews, umani particolarmente importanti per Raistan per via di qualcosa accaduto in passato, ma soprattutto di Greylord, capo dei licantropi, e di come ad un certo punto della sua vita Raistan sia stato suo prigioniero e sottoposto a torture, cosa che li porta a combattersi per il resto della vita. Questo ci viene solo accennato: la storia per intero, infatti, dovrebbe essere raccontata nel secondo libro della serie. Ma questo primo libro si conclude, ai giorni nostri, con la loro reciproca collaborazione che sfocia perfino in amicizia.
Ecco, io avrei voluto vedere Raistan e Greylord nemici, prima di vederli amici: altrimenti come faccio a sorprendermi per l’evoluzione e il cambiamento dei personaggi?

Nel complesso, comunque, si tratta di un libro che mi è piaciuto e che ho letto molto volentieri.
Ed è molto probabile che decida di leggere anche i seguiti, visto che pare che andranno a colmare proprio le lacune temporali non ancora raccontate nel primo. Finora mi ispira, e mi fido. Mi piace l’universo creato attorno a Raistan, e mi piace che l’autrice sembri intenzionata a sfruttarlo ed esplorarlo nei libri seguenti: il suo stile promette bene, e se si rivelerà una di quelle autrici destinate a migliorare di libro in libro… allora sarà un vero piacere seguirne gli sviluppi. Inoltre, si tratta di un'autrice partita sotto casa editrice, e che invece adesso ha scelto la pubblicazione indipendente: anche per questo non posso non offrirle tutto il mio supporto e augurarle in bocca al lupo!

mercoledì 17 settembre 2014

Lost in Translation


La pagina ufficiale è quasi esplosa quando è stato dato l'annuncio: 28 ottobre, è la data di uscita di Prince Lestat. Sì, quel Lestat. È in arrivo dopo più di dieci anni il nuovo libro delle Cronache dei Vampiri.
Una notizia fantastica, sicuramente: peccato che, appartenendo al pubblico italiano, mi sa che a noi toccherà una lunga attesa. Solo per dirne una: Blood Canticle, l'ultimo libro delle Cronache, era uscito nel 2003. Quando è arrivato in Italia? 2010. Ahia.
Anche solo dal 2012 ad oggi, Anne Rice ha già scritto e pubblicato non uno ma ben due nuovi libri "di genere", rispettivamente The Wolf Gift e il seguito, The Wolves of Midwinter, di una nuova serie dedicata ai lupi mannari. E, non per dire, sarà anche passata l'onda dirompente ma l'urban fantasy va ancora abbastanza di moda, e la Rice non è certo l'ultima arrivata sul campo.
Eppure sono già passati due anni e ancora non se ne vede traccia sulle librerie italiane, e non so se ne vedremo a breve. Ho dovuto approfittare di una vacanza a Londra per procurarmi The Wolf Gift in lingua originale, ma se ci fosse stato in italiano lo avrei comprato volentieri. 
Che cosa invece è stato tradotto, di recente, della Rice? La trilogia erotica di Sleeping Beauty, annata 1983.
Scritta un sacco di tempo fa, già arrivata in italiano, eppure ora disponibile in tutte le librerie, presentata come novità assoluta, tradotta, in nuova edizione, con nuove copertine patinatissime e nuovi titoli che naturalmente c'entrano poco con la storia e non dicono granché, tali Risveglio, Abbandono ed Estasi
Grazie tante, E.L. James e le sue cinquanta sfumature.
È solo un altro indicatore di come l'editoria italiana -ma non solo quella, temo- importi e traduca soltanto quello che va di moda nell'immediato, snobbando perfino le novità di un'autrice famosa? Ciò che posso augurarmi è di avere una traduzione di Prince Lestat prima di dieci anni, o anche di due. Altrimenti? Altrimenti me lo prenderò in inglese, ovvio.

mercoledì 25 giugno 2014

Memnoch il Diavolo. O "Ma c'era davvero bisogno di Lestat? No."

Dove avevamo lasciato Lestat l'ultima volta?
A "Il ladro di corpi", annata 1992: ambientazione Miami (e successivamente l'intramontabile New Orleans) del 1990, Lestat scambia il suo corpo di vampiro con quello di un umano dotato di poteri psichici. In questa storia, quanto è importante che Lestat sia quello che è, ovvero un vampiro? Fondamentale, direi, poiché tutta la storia ruota sulla perdita della sua condizione di soprannaturale, molti dei suoi ricordi della vita umana passata, e tutto quello che ne deriva.
E ora, Memnoch. Il quinto libro che, fino a poco tempo fa, non volevo leggere.

http://carrieslager.files.wordpress.com/2012/05/memnoch-the-devil-by-anne-rice.jpg

Lestat è a New York, insieme a David. Permettetemi di aprire una minuscola parentesi polemica e invitarvi tutti ad unirvi al comitato "scusate ma non ce ne frega niente di David Talbot". Il suo punto di vista era ciò che rendeva "Merrick" un libro noioso. Fine parentesi. 
Lestat è lì, fa cose da vampiro, vive da vampiro ed è ancora incline alle chiacchiere e ai voli pindarici che ce l'hanno fatto amare o odiare fin dal primo libro: da mesi sta pedinando la sua prossima vittima, ovvero Roger, un gangster che colleziona oggetti d'arte e che ama al di sopra di ogni cosa l'unica figlia, Dora. Lestat è letteralmente ossessionato da loro due, nella sua masochistica abitudine da vampiro che lo fa incaponire per mesi e mesi su di una vittima sola, ubriacandosi di tutte le sfaccettature che può avere un'anima interessante, prima di farsene una scorpacciata.
Nel frattempo, qualcosa non va: Lestat confessa a David di sentirsi da tempo perseguitato da qualcosa di soprannaturale.
Per riassumere, alla fine Lestat si prende la sua vittima, ma inaspettatamente Roger si manifesta sottoforma di fantasma per parlare con lui e -in un lungo capitolo in cui ancora una volta un personaggio secondario ti racconta più o meno tutta la sua vita- pregarlo di proteggere sua figlia. E Lestat lo fa: la raggiunge e si rivela a lei. Ma nel frattempo i suoi piani sono sconvolti nientemeno che dal Diavolo in persona: era la sua presenza quella che il nostro vampiro metropolitano sentiva. E il Diavolo, essendo il diavolo, gli fa un'offerta: venire con lui e sapere tutto sulla creazione, l'inferno e il paradiso, e fare una scelta.

Il libro parte piuttosto bene. Molto bene, specie per me che ero prevenuta fin dall'inizio.
Abbiamo di nuovo il nostro Lestat troppo favoloso per essere vero e troppo ben vestito per essere anche etero. Ma ci piace tanto perché nel giro di qualche capitolo lo vediamo impegnato nello "smaltimento dei rifiuti" che comprende tagliare testa e mani al cadavere della sua ultima vittima e sbarazzarsene separatamente. Gioia e tripudio! Peccato che si senta molto la mancanza dei comprimari: David c'è (l'ho già detto "a nessuno frega di David Talbot?"...), compare perfino Armand, ma la sua resta semplicemente una comparsata. Tutti quanti riappaiono in massa soltanto nel finale e con una certa confusione e noncuranza, ma è una consolazione ben magra in confronto alla quantità di personaggi che venivano presentati, mostrati, conosciuti ed usati nella trilogia originale. Cosa più triste di tutte, di libro in libro Louis sparisce sempre più all'orizzonte. Oh, dai, andiamo. Dopo averla tirata così in lungo? Dopo che la Rice è riuscita addirittura a canonizzare la sua coppia d'oro e a farmela pure piacere? Sono un po' delusa, lo ammetto.

Il brutto è che in realtà Lestat non c'è. Apre solo le danze e, una volta arrivato Memnoch, lui non è lì, non serve, fa l'effetto di Jack Sparrow catapultato dentro l'ennesimo sequel, e pare anche un po' imbarazzato per essere stato preso in causa.
Il punto è che la storia della creazione e della religione raccontata da Memnoch ha il suo fascino, ma non ha niente a che fare con le Vampire Chronicles. Lestat non c'entra un bel niente in tutto ciò, tanto che al pari del lettore se ne starà zitto ad ascoltare per metà del libro. Non importa neppure che lui sia un vampiro, non importa che sia se stesso, ed è questa la cosa più triste. Potrebbe essere Harry Potter come D'Artagnan, e la storia non cambierebbe.
In verità trovo che Memnoch avrebbe potuto essere un racconto, o un libro a sè stante.
Il libro si smorza durante il racconto della vita di Roger, e in alcuni punti del racconto della vita di Memnoch: tuttavia la teoria della creazione e il modo in cui viene narrata è bello e interessante. Avrebbe potuto essere ambientato dovunque, le cose sarebbero potute accadere ad un uomo: anzi, forse l'intera storia avrebbe avuto tutto un altro spessore se pensata come una rivelazione per un uomo comune, invece che una delle tante avventure di un protagonista di una saga già rodata.
La storia di Roger: poteva essere un assassinio accidentale, oppure un regolamento di conti. Non era necessario che il protagonista fosse un vampiro, per ucciderlo. Il fantasma torna a raccontare la sua storia, il protagonista si lega a sua figlia e poi viene contattato dal diavolo. Avrebbe funzionato.
Il protagonista poteva non essere Lestat, e forse sarebbe stato meglio. La cosa tristissima è che qui i vampiri non c'entrano niente. La sensazione che mi ha dato è stata che la Rice a quel punto non volesse più scrivere di vampiri, ma che abbia usato il suo vampiro come biglietto da visita sicuro piuttosto che avere il coraggio di lanciare un'ambientazione tutta nuova.

Purtroppo la sensazione di assurdo si concentra verso il finale quando, al ritorno di Lestat nel mondo reale, mortali ed immortali vengono presi da un accesso di crescente follia religiosa dovuta all'apparizione di una certa reliquia che Lestat ha portato con sè dal suo viaggio. Se la cosa magari è giustificabile per i pochi che sanno con certezza, dalla bocca di Lestat, che quella reliquia è autentica, non la è invece per la moltitudine di umani che cadono in adorazione solo perché di lì a poco uno dei personaggi scende in strada sventolando suddetta reliquia. Quante persone comuni riconoscerebbero a colpo d'occhio una reliquia della Vera Croce o la Sindone? Ma soprattutto a riconoscerla come originale?
Nel finale è ancora più accentuato quanto i vampiri siano in realtà degli ospiti in questa storia: così come il libro si dilunga a volte troppo sul resto, invece va di fretta sul finale. Dopotutto, i suoi stessi vampiri non contano, perciò gli avvenimenti dei capitoli finali sono ridotti all'osso. Perfino lo stile di scrittura diventa ridotto e schematico in modo perfino fastidioso, riassumendo in poche battute striminzite apparizioni invece importanti.
 
Oh, ATTENZIONE: SPOILER e temi scabrosi.
Ma, dopo una buona trama e una narrazione interessante, viene il premio per la caduta di stile per la scena forse più disgustosa mai concepita in un libro di vampiri: ovvero, sesso orale con mestruazioni.
E non importa se la si riveste di significati simbolici, come la fonte della vita o il sangue estratto senza bisogno di infliggere ferite. Diciamocelo: il concetto del morso vampiresco è già di per sé poetico, erotico e pieno di qualunque significato gli si voglia dare. Un cunnilingus non è simbolico per niente. Ho letto perfino commenti di lettori che magnificavano quel sublime gesto di "bere alla fonte della vita"... Proviamo a guardare le cose da un'altra angolazione? Proviamo a scambiare i ruoli? Cosa ne direste di una scena in cui è una donna a recuperare la ragione praticando del sesso orale ad un uomo? È grottesco e fa ridere: appunto.

Ci sono momenti, per uno scrittore, in cui vieni fulminato da un'idea, ma il problema è che non sei assolutamente in grado di giudicare se sia geniale o se sia una cagata. Resta lì, in bilico. È originale, non è ancora inflazionata, ma il dubbio ti rimane.
Ci vuole la prova definitiva: ci vuole il parere dell'editor.
Scott Westerfeld -autore della trilogia di Leviathan- telefonò al suo editor e gli disse: "Sto pensando di usare pipistrelli che cagano chiodi come arma volante di distruzione di massa, per te è geniale o è una cagata?"
L'editor aveva la cena sul fuoco e, tanto per tagliar corto, disse: "Geniale!"
Laurell K. Hamilton -autrice della serie di Anita Blake- chiamò il suo editor per dirgli: "Ho avuto un'idea fantastica, te lo assicuro: cigni mannari! Trovi che sia geniale o una cagata?"
L'editor rispose: "Cagata". La Hamilton licenziò l'editor.
Con tutto il bene immenso che le voglio, la signora Rice probabilmente telefonò al proprio editor per chiedere: "Ho pensato di inserire una scena di sesso orale con mestruazioni, secondo te è geniale o una cagata?"
Sfortunatamente, quel giorno l'editor non era in casa.

venerdì 7 giugno 2013

Guilty Pleasures (ovvero "Eh, sì, leggo ANCHE questo...")

In passato mi ero chiesta spesso che cosa avrei scritto quando avessi finito la trilogia fantasy.
(In passato mi ero anche chiesta spesso: "Finirò mai la trilogia fantasy?"... Ora posso dire di essere alle ultime battute, ma il traguardo è lontano!)
Diciamo che per adesso le idee si affollano, ed è una buona cosa, perché ciò che ho sempre temuto è proprio di rimanere completamente a secco di idee. Comunque i progetti ci sono, e il primo della lista potrebbe essere una sorta di urban fantasy con i vampiri e parte del Mondo di Tenebra. (ludicamente parlando...) Sì, sono consapevole che di questi tempi ammettere di voler scrivere di vampiri può scatenare il lancio di uova marce (ne parlavo anche tempo fa), ma comincio a notare che il "fenomeno twilight" ormai va scemando sempre di più, quindi è probabile che il mercato saturato si calmi e che si possa ricominciare a scriverne, anche in sordina, senza scadere nel paranormal romance adolescenziale.
Comunque!
In verità non sono mai stata una grande lettrice di urban fantasy, e pochi di quelli che ho provato mi sono piaciuti davvero. Forse il vero problema di leggerli adesso è che l'unica versione "famosa" dell'urban fantasy è solo e unicamente il paranormal romance. Insomma, ti leggi una trama da romanzo rosa, però con le zanne/le ali/il pelo/la polvere di fata. Non è quello che cerco io: in qualunque genere di libro non mi piace quando la trama è subordinata alla romance. Purtroppo quasi tutti gli urban usciti dopo il duemila hanno avuto invece questo stampo.
Però ogni tanto si trova qualcosa.
Non qualcosa di particolarmente originale, niente lampi di genio né una scrittura formidabile... Semplicemente qualcosa di inaspettatamente piacevole da leggere.
E non è detto che sia privo di difetti: può avere dei passaggi drammaticamente stupidi, protagonisti che non sopporti, eppure per qualche motivo il pomeriggio lo passi -ancora una volta- a sfogliare proprio quel libro.

A me è successo recentemente con Dead Witch Walking di Kim Harrison (che mi rifiuto di chiamare Il bacio di mezzanotte come il titolo italiano...): un urban fantasy ambientato in un presente alternativo dove umani e soprannaturali convivono in seguito ad un'epidemia che ha decimato la popolazione umana portandola numericamente al pari con quella "fatata". Niente di post-apocalittico: streghe, folletti, lupi mannari, fate e vampiri convivono più o meno pacificamente con gli umani, con tutte le difficoltà di convivenza del caso. E questo è interessante.
https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEif4OpR6qbpVjzrACNCCQiQKPagPCAJ9n_IXf5MJj8_PaAkcKIfPVHB0Yse0DYTMb3kQlqX4MZwycHMt7z0WRlpnkRBA2QV7btErrXgTnjLGcsm5fW-CvB8yd4KOSAbeM4XQaL56LP67nw/s1600/dead+witch+walking+UK+2.jpg
 (che cosa arrogante che è la copertina americana!)
La protagonista è una strega, Rachel Morgan, che lavora per quella che praticamente è l'FBI dei soprannaturali. Ma solo per un capitolo: nel secondo ha già lasciato il suo lavoro, e di conseguenza precipita in un casino dietro l'altro.
Avevo letto questo libro qualche anno fa senza trovarci granché; l'ho riletto adesso e tutto sommato l'ho trovato piacevole e con delle idee potenzialmente interessanti. Il fatto è questo: i personaggi sono interessanti. Ti incuriosiscono e alla fine ti importa di loro. Rachel non è una protagonista cretina, anche se spesso e volentieri ci si comporta, e un po' troppe volte esce da situazioni impossibili grazie ad una "insperata fortuna" o al fin eccessivo rispetto che le portano i suoi rivali. Se ogni tanto finisse pestata come un tamburo sarebbe più credibile, e anche più divertente.
Anche i vampiri non sono niente male, anzi, ci sono dei pezzi dedicati a loro che finiscono per essere davvero divertenti: peccato solo che nel libro ci sia una sovrappopolazione di vampiri a scapito di tutto il resto del mondo soprannaturale. Quando vedremo qualche altra strega? Un po' di folletti o fate in più? Qualche troll? Perfino la protagonista flirta unicamente coi vampiri, e in maniera piuttosto ripetitiva: praticamente ne spunta uno ogni angolo.
Non saprei dire esattamente cos'ha questo libro che non funziona, e cosa al contrario funziona. Forse sono le buone idee, che però spesso vengono usate male. Le cose importanti, come il background storico, vengono riassunte all'occorrenza in spiegoni. Ci sono tante scene d'azione, peccato che il più delle volte finivo perfino per dimenticarmi completamente "perché" i personaggi stessero facendo irruzione in un posto, o cosa stessero cercando, o come ci fossero arrivati. Nel primo libro, oltretutto, abbiamo il cattivo modello Fascinoso Uomo d'Affari: sebbene Rachel sia decisamente in contrasto con lui, immancabilmente si cade di tanto in tanto nella competizione/attrazione, e in un momento in cui Rachel è letteralmente imprigionata nel suo ufficio si permette una digressione assurda tipo: "Oh, sembrava che lui desiderasse soltanto qualcuno con cui parlare ed essere semplicemente se stesso!"
Ma, nonostante tutto, non solo l'ho riletto, ma ho cominciato anche il secondo libro.
Anche qui lo stile è lo stesso, e ci sono perfino delle perle come "Il panico era un nastro d'argento che solcava la seta nera della sua voce" o "con voce melliflua come frullato al cioccolato" (Uottefàk?)... Inoltre, già nei primi capitoli c'è l'ennesimo scatto d'ira della vampira Ivy, e nessuno, nemmeno la protagonista, fa le cose più elementari per evitarlo. Ancora una volta sembra che i protagonisti facciano assolutamente di tutto pur di fare in modo di mettersi nei guai nel peggior modo possibile.
Eppure continuo a leggerlo. Perché? Beh, perché può avere tutti i difetti del mondo, ma per qualche motivo è ancora innegabilmente divertente. Piacere colpevole, decisamente.