domenica 12 maggio 2013

1923 - 2013

1923 - 2013

So what do I do now?
He's gone
I'm left alone and so unsure
Who'll guide my heart
and bring me tears to cry?
 When all I loved
died right before my eyes.

martedì 9 aprile 2013

Argetlam - La Spada di Luce


copertina del libro Argetlam - la spada di luce
“Ginevra ha vent'anni e vive insieme alla sua famiglia adottiva composta dal fratello Alessandro e dai genitori, ma la sua esistenza viene di colpo sconvolta quando un giorno, mentre visita una mostra celtica, la statua de "Il Guerriero Vinto" prende vita davanti ai suoi occhi increduli.
In realtà quella statua altri non è che Nuada, sovrano dei Tuatha De Danann, la stirpe mitologica che aveva dominato l'Irlanda prima degli uomini, conosciuto anche come "Argetlam" ("Braccio d'Argento") per la protesi in metallo che sostituisce il suo arto destro perso durante una battaglia.
Da quel momento tra i due si instaura un legame speciale e piano piano Ginevra scopre che tutta la sua vita è molto diversa da quella che ha sempre creduto.

Sullo sfondo della città di Parma e dei suoi antichi monumenti, si snoda la fitta trama di "Argetlam - La Spada di Luce", primo capitolo della saga urban fantasy di Alessia Mainardi che affonda le radici nelle leggende del Nord Europa e nelle divinità del mondo celtico. Dopo il successo della saga fantasy "Avelion", l'autrice accompagna i lettori in uno scenario tutto nuovo, con personaggi che vivono ai giorni nostri, lavorano, studiano e si vestono alla moda, ma che in realtà rappresentano il portale di accesso a un mondo di fantasia, in cui stirpi divine da sempre in lotta per la supremazia vivono celate in mezzo agli uomini. Compito di Nuada e dei suoi compagni di avventura terrestri sarà quello di salvare la razza umana recuperando i Quattro Gioielli, oggetti magici con immensi poteri: la Spada di Luce, la Lancia della Vittoria, il Calderone dell'Abbondanza e la Pietra del Destino.
Un cammino tortuoso e irto di pericoli, in cui ragazzi moderni ed esseri leggendari dovranno imparare a comprendersi, fidandosi gli uni degli altri, per affrontare nemici imprevedibili e letali, nell'eterno conflitto tra la propria volontà e le imposizioni dettate dalle proprie origini, dall'appartenenza a un popolo o da convinzioni di supremazia frutto di antichi retaggi. Nel complicato intreccio tra storia, miti e credenze di culture lontane, ognuno affronterà la sfida più grande: conoscere e accettare se stesso, vincendo le proprie paure e le proprie debolezze, per ribellarsi a un destino imperscrutabile dove tutto sembra già scritto.”

Premetto una cosa: conoscere l’autore di un libro rende molto difficile fare sia il complimento più smisurato che la critica più pesante.
Conosco Alessia e siamo amiche da anni, ma posso dire onestamente che ammiro il suo lavoro e che la trovo una scrittrice che si impegna veramente. Anche per questo, oltre che per il desiderio di dare una mano e promuovere nuovi scrittori, stavolta ho voluto fare una piccola recensione al suo nuovo libro che apre una saga urban fantasy: Argetlam - La Spada di Luce.

La prima impressione che ne ho avuto, è che è un libro che sembra un telefilm. Nel senso che sembra scritto per essere lo script di un telefilm, e nel complesso è una sensazione abbastanza positiva. Il ritmo è rapido, e si viene presto a conoscenza, uno dopo l’altro, di tutti i membri del “cast” che accompagnerà la storia: storia che, si intuisce subito, non si limiterà ad un solo episodio. Il fatto che questo sia il primo volume di una quadrilogia lascia intendere un’avventura a puntate, nelle quali ci si aspetta che tutti i numerosi personaggi presentati in questa prima puntata d’esordio si muoveranno in contesti nuovi di volta in volta, rivelando ogni volta qualcosa di più di loro stessi.
Ha anche la costruzione tipica del telefilm, specialmente nei continui flashback e flash forward: uno stile di narrazione atipico e che ogni tanto rischia di confondere, ma che di certo tiene alta la curiosità.
A livello di trama, certi dettagli mi hanno ricordato un pochino una mia lettura recente, ovvero “La Mummia” di Anne Rice, degli anni novanta. Ha lo stesso plot semiserio, e la stessa tensione romantica tra la protagonista e la “guest star” soprannaturale.

Un’altra particolarità: il fatto di essere ambientato a Parma. Per me è sempre curioso leggere qualcosa ambientato nella mia stessa città: eppure, anche se da una parte mi suona strano, dall’altra mi si è risvegliata una simpatia istintiva riconoscendo i luoghi e le persone che hanno ovviamente ispirato molte parti del libro, e anche nostalgia per lo Shadowland, che è veramente esistito anche se solo per una breve parentesi. E poi ci si può divertire a confrontare la mappa con le vere strade di Parma, e andare a scovare i posti, reali o inventati, che vengono citati.

Se c’è qualche difetto, è nell'eccessiva fretta di finire (che purtroppo si sente molto), in molte -forse troppe- scene che vengono raccontate ma non mostrate (il momento preciso della perdita del braccio di Nuada sarebbe stata un’ottima scena da vedere nei dettagli, forse addirittura una perfetta scena iniziale, almeno a parere mio), e concetti che vengono ribaditi troppe volte o in modo insipido: Nuada si meraviglia un po’ troppe volte delle “capacità logico-deduttive” della nostra protagonista, e la suddetta accetta il soprannaturale fin troppo in fretta e di buon grado.
Invece la parte più curata mi sembra senz’altro la parte centrale dedicata al momento in cui si svolge il concerto, mentre contemporaneamente Ginevra si trova ad essere sedotta da un Incubus.

Un altro dettaglio particolarmente evidente è che Ginevra sia affetta dalla stessa disabilità dell’autrice. (Oltre a condividerne anche altri aspetti e gusti, per chi la conosce di persona.)
Si tratta quindi di una self insertion? La risposta onesta è sì, certo. Però non penso che sia un lato negativo.
In questo caso, la self insertion viene usata per raccontare un punto di vista tutto sommato inusuale: quello di una ragazza disabile. Quindi non è messo a caso, ma viene usato per descrivere dall’interno una vera e propria condizione personale: si tratta ovviamente e dichiaratamente di una forma di self insertion, ma usata con un intento molto preciso.

Più che di azione, questo primo libro mi è sembrato preparatorio: per continuare il paragone con il mondo dei telefilm, questo è senza dubbio il pilot. Ci è stato dato giusto un assaggio di tutto. Il cast è pronto, le relazioni tra i personaggi sono state rivelate, gli equilibri tra buoni, cattivi e non pervenuti anche, e resta la domanda irrisolta: sono pronti a partire; cosa li aspetta adesso?
Il libro è tutto sommato scorrevole e di facile lettura, e i continui rimandi alla fantascienza, alla mitologia e alla tradizione celtica sono interessanti. Si prospetta una saga dal sapore del romanzo a puntate, con una caccia al tesoro nelle prossime tappe, che saranno naturalmente Inghilterra, Irlanda e Scozia.

domenica 31 marzo 2013

n.d.A.

" -Sono stanca di questa storia- ribattei prima di pensare bene a cosa avrei dovuto dire.
- Non capisci che chiunque può mettere insieme una storia senza struttura? Chiunque può inventare delle azioni a caso e legarle tra loro. I bambini lo fanno di continuo. La vera abilità è un'altra, come dice Claudia: trovare modi originali di fare ciò che Aristotele dice di fare, che non si riduce a seguire semplicemente le sue istruzioni. Bisogna lavorare duro per creare un capovolgimento che non sia un cliché, o per ottenere una agnizione che non si basi semplicemente su una dimostrazione o su una "improvvisa intuizione" o su qualcosa che l'eroe ha sempre saputo, ma sul crescendo dell'azione e della tensione dell'intera trama. Dovresti rileggere Aristotele, perché ti dice non soltanto come scrivere le storie sulle bottiglie d'olio, ma anche tragedie ben fatte e pregne di significati. E sì, anche quelle sono più o meno prevedibili. Ma, secondo Aristotele, una delle cose fondamentali che uno scrittore deve fare è stupire il lettore o lo spettatore, anche se la storia in sé si basa su una formula ed è scritta in accordo ai principi di probabilità e di causa ed effetto. È una grande arte quella di realizzare un quadro che riesca a stupire il pubblico, ma ancora di più quando il pubblico si rende conto di avere avuto tutti i pezzi fin dall'inizio. - "

(Scarlett Thomas - Il Nostro Tragico Universo)

https://encrypted-tbn1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTfBgyOIuAyI_B68vK8vRwf2AfDrFhl8CDHxhEJQ3pT-gEs65eW

mercoledì 20 marzo 2013

Soggetto Leggente

Sono convinta che non si possa essere un "soggetto scrivente" se non si è, o si è stati, un soggetto leggente.
Io leggo. Tanto. Spesso fino a farmi venire il mal di testa, spesso -grazie alla mia considerevole quantità di tempo libero- nel corso di una sola giornata mi si può trovare rintanata ora in un angolo della casa, ora nell'altro, ma sempre con un libro in mano, e con quel segnalibro che avanza inesorabile finché non giro l'ultima pagina, poso il libro, e con la stessa espressione dell'ubriacone al bar dico: "Un altro!"
Oltre a leggerli, io compro volentieri i libri. Con quelli più di ogni cosa sono a rischio acquisto compulsivo, specie quando quei maledetti se ne stanno lì a fissarti dallo scaffale nelle loro edizioni economiche così lucide e maneggevoli che sembrano dirti: "Prendimi, sono piccolo, carino e perfetto da portare in borsa!"
Grazie a questo vizio ho preso anche delle belle cantonate, spendendo soldi per libri che promettevano tanto, ma poi si rivelavano ciofeche. D'accordissimo col principio di leggere qualsiasi cosa, perché solo leggendo libri mediocri si riconosceranno quelli veramente belli, ma la cosa diventa dispendiosa quando per ogni libro bello ce ne sono dieci brutti, e tutti costano sui diciotto euro.
Per questo sono assolutamente favorevole a rivalutare le biblioteche, che mi hanno regalato molte tra le migliori letture degli ultimi anni.
Una curiosità: io che la biblioteca l'ho frequentata fin da quando ero bambina, per un lungo lasso di tempo a cavallo degli anni del liceo l'ho snobbata quasi completamente: all'epoca preferivo ancora l'acquisto compulsivo e lo scambio di libri tra amiche che come me erano soggetti leggenti. Dopo averci lavorato, ho riscoperto un mondo che già amavo.
Non ho smesso di comprare i libri: è una spesa che faccio davvero volentieri, e per me comprare un libro è anche un modo di premiare un autore che mi è piaciuto.
Non mi hai convinta? Grazie, è stato bello, ma il libro se ne torna in biblioteca e verrà dimenticato. Mi hai convinta? Di corsa in libreria, questo lo voglio.
Mi piace avere i libri tutti per me, vederli sugli scaffali di camera mia, portarmeli in giro, averli a portata di mano accanto al letto per quando voglio rileggermi un paragrafo che mi piaceva e poi mi trovo a rileggere l'intero libro da capo. Mi piace il libro come oggetto. Per questo, favorevole all'e-book come opzione, ma mai come sostitutivo. E poi ho una sorta di legame sentimentale imbarazzante coi libri che mi sono piaciuti: quando vado in libreria non guardo solo le novità, ma passo sempre nelle mie sezioni preferite, mi emoziona vedere che quella libreria ha tutta la bibliografia di un'autrice che adoro, mi ringalluzzisco quando vedo la ristampa moderna di una saga fantasy che ho amato alle medie, mi piace vedere i miei romanzi preferiti farmi ciao dagli scaffali. Mi piace anche vedere chi viene e chi va: sono felice quando vedo qualcun altro leggere i miei libri preferiti, per questo mi piace tanto vedere quegli stessi volumi nelle librerie e proposti sugli scaffali delle biblioteche.
Ben vengano le librerie, quindi, anche se il loro vero problema è la loro limitatissima scelta. Perfino le più grandi offrono solo ed esclusivamente le novità più blasonate, e se il libro che cerchi è appena più datato o appena meno famoso, nel migliore dei casi devi ordinarlo e nel peggiore è introvabile.

Biblioteche, quindi.
L'unico modo di leggere gratis e allo stesso tempo rovesciare le statistiche è abbuffarsi in biblioteca e poi premiare con l'acquisto solo chi se lo merita.

 Ora, secondo me, non è vero che gli italiani non leggono. Altrimenti non si spiegherebbe il surplus di libri nella sezione "novità", tutto quel caleidoscopio di copertine lustre, patinate e scivolose, colorate, luccicanti, zeppe di titoli allusivi. I libri vendono: quindi sembra proprio che gli italiani qualcosa leggano, tutto sommato.
Posso essere d'accordo su una cosa: gli italiani (nel senso della maggior parte dei soggetti che acquistano libri e finiscono nelle statistiche) non leggono... niente che non sia adeguatamente precotto, frullato, ben confezionato e servito con una bella patina pubblicitaria.
Che il libro sia brutto o bello (ci sono anche i libri patinati e belli, ebbene sì) non importa, l'importante è che l'editore ci imbocchi col cucchiaione. Diavolo, se ne parlano tutti e se la copertina è così luccicante, allora devo leggerlo. Poi magari nessuno si ricorderà di cosa parlava la trama.

domenica 10 marzo 2013

Ragazze non troppo per bene - recensione


Cominciamo col dire che la traduzione del titolo e la copertina fanno davvero un pessimo servizio al libro.
A scanso di equivoci: lo presentano come qualcosa sulla linea di Come diventare bella, ricca e stronza, Falli soffrire, Perché gli uomini sposano le stronze... Bene, NON appartiene a questa sfilza di manuali che pretendono di farti diventare una "vera donna" con tanto di pseudo-pornocopertina.
Pornocopertine. Siamo qui per fare vendere di più il libro!

Chiusa parentesi.
Questo libro, scritto da Susan Jane Gillman, mi è capitato tra le mani un giorno in libreria, ho cominciato a sfogliarlo e ho notato subito tantissime frasi che hanno catturato subito la mia attenzione. Per una volta non mi trovavo davanti ad un bel pacchetto di frasi fatte e zuppa precotta. Potrei citarvi qualche esempio:
- Scordatevi le regole per accalappiare un marito. Parliamo delle regole per accalappiare la vita.
- "Cosa vogliono le donne?" Essendo stata redattrice di una rivista femminile -ed essendo io stessa una donna- ho scoperto che oggigiorno la maggior parte delle donne vogliono due cose: 1) qualche consiglio intelligente e pratico su come muoversi nel mondo e 2) ridere. Idealmente vogliamo entrambe le cose allo stesso tempo.
- Se non riusciamo ad amare il nostro corpo, rompiamoci tutte e due le gambe. 
Mi ha convinta e l'ho preso per leggermelo tutto. E non sono stata affatto delusa.
Il libro è brillante e graffiante, un piacere da leggere: parla di cosa serie -e lo sa- ma non per questo si scade nel tragico o nel polemico. Ma nemmeno si esagera con la leggerezza e il semplicismo, come troppo spesso succede con questi libri. Tiene perfettamente fede ai suoi due principi iniziali. È vero: noi donne vogliamo ridere, e vogliamo qualche consiglio pratico. Un piacere da leggere.
Spesso forse il linguaggio è fin troppo spigliato, fin troppo "slang newyorkese" (sul sesso è schietto, spiccio e brutale: NON è per ragazzine) ma d'altra parte si fa perdonare perché non è affatto superficiale e tuttavia riesce a non prendersi troppo sul serio.
Non sono istruzioni per l'uso: è satira. Satira e parodia, ma con intenti molto seri e molto interessanti. Niente viene ignorato o risolto con qualche ricetta per la felicità prefabbricata: non ci sono le regole d'oro della vera donna vincente da seguire, né manuali di auto-aiuto. Si parla anche di questioni come la bellezza e l'ossessione per il corpo, ma grazie al cielo queste prendono solo tre capitoli, e non tre quarti di libro. 
Il tema è la vita. La realtà. Il lavoro. L'amore. Le persone. La realizzazione personale. L'essere disposte a lottare con le unghie per quello che si vuole e che si merita; il non accettare di essere ignorate, l'alzare la voce e l'uscire dai gangheri quando serve veramente. L'essere libere dall'auto-imposizione di dover sempre piacere a tutti, a tutti i costi.
Un libro semplice, senza pretese e liberatorio: ecco come lo descrivere.
Penso che il suo messaggio sia valido per tutti, sia uomini che donne, anche se si basa prevalentemente sull'esempio femminile. Ma la sostanza non cambia.
Quindi, abbiate coraggio. Incazzatevi, quando serve. Riconoscete le cose sbagliate quando le vedete, e riconoscete le cose belle. E non arrendetevi. Mettete nella carriera la stessa ostinazione che le nostre nonne vorrebbero vederci mettere invece nella ricerca di un marito. Siate oneste, invece di voler fare le affascinanti e "le migliori" a tutti i costi.
Per ovvie ragioni mi è piaciuto molto il capitolo dedicato ai vent'anni. E non posso che plaudere a tutte le donne che incoraggiano le altre donne a "calzare un paio di Doc Martens psicologiche e avventurarci senza paura in cerca d'amore, di gloria e d'avventura."

venerdì 1 marzo 2013

Flashback di scuola

Pensierino del pomeriggio...
Più di una volta ho sentito insegnanti che, parlando di uno studente particolarmente bravo e partecipe -o anche semplicemente di un buon secchione- immancabilmente concludevano il discorso dicendo che tale studente/studentessa avrebbe dovuto "trascinare la classe".
Eh no, dico io.
Cari professori, essere in grado di "trascinare" e coinvolgere la classe nelle vostre lezioni è il VOSTRO lavoro. Per un secchione, non farsi odiare è già abbastanza difficile anche senza le vostre stupide idee.

venerdì 1 febbraio 2013

Les Miserables - il film

 
 Puntavo questo film da un sacco di tempo e non ho resistito all'idea di andare alla sera della prima.
Ovviamente, avendo visto il musical, ci andavo con un sacco di aspettative e col sano terrore di trovarmene davanti una brutta copia. Ma non sono affatto stata delusa.
 Prima di tutto: mi è piaciuto? Sì. Mi è decisamente piaciuto. Specialmente perché mi sono emozionata anche solo a sentire le prime note prorompenti di Look Down con la spettacolare visione del cantiere navale, e provavo ancora la stessa emozione sulle ultime note di Do you hear the people sing.
Dato che ci sono un mucchio di cose che mi sono piaciute, andiamo subito a quelle che mi hanno lasciata perplessa.

- Javert e Valjean. Ora, prendiamo il discorso con le pinze. Quando duettano li ho trovati fantastici, ma presi singolarmente non brillavano. Vero anche che è tutto cantato dal vivo, quindi si è deliberatamente preferita la recitazione al canto: e quella c'è, sentita, sentimentale e viva, soprattutto in Valjean. Ma il pezzo da solista di Crowe mi è piaciuto più di quelli di Valjean. E Crowe non canta bene. È anche vero che pure nel musical originale io preferisco molto i pezzi corali, e sono poche le canzoni da solista che mi prendono davvero, eccetto I dreamed a dream e On my Own, e non vado matta per le parti di Valjean. Però mi aspettavo di più da Hugh Jackman, che ha una notevole esperienza di canto e di musical.
- Una scelta di regia che ho trovato strana: la telecamera fissa sul primo piano degli attori quando questi cantavano da solisti. Forse ha disturbato solo me, però da un musical trasformato in film mi aspetto quello che la performance su di un palco magari non può dare: scenografia, cambi di scena, effetti o riprese particolari... Invece, nei pezzi da solista, la telecamera resta immobile su un primissimo piano dell'attore dall'inizio alla fine. Mi è piaciuta molto I dreamed a dream a livello di voce, ma la ripresa statica mi ha smorzato un po' l'effetto, per quanto l'espressività di Anne Hataway fosse da spezzare il cuore.

("I dreamed a dream" versione musical cantata da Lea Salonga)
Ecco, in realtà sono solo queste due le osservazioni che mi viene da fare, perché per il resto è stato veramente uno spettacolo. Giusto per un appunto a parte: Javert sempre a camminare sui cornicioni. Questa non l'ho capita. Voleva essere un'allegoria della sua incrollabilità e del suo "camminare sul bordo", ma vedere Russel Crowe in piedi a caso sul cornicione di un palazzo -eccetto nella scena del ponte, dove aveva un senso- mi risultava più comico che simbolico.
Per il resto, godibilissimo. Splendidi e perfino eccessivi -ma a ragion veduta- i Thenardier, con Helena Bonham Cater più Mrs Lovett che mai, bravissimi in particolare i bambini, perché Cosette e Gavroche mi hanno veramente stupita per quanto erano bravi. Notevole Anne Hataway, brava pure Amanda Seyfried anche se, da cresciuta, Cosette fa poco altro se non la bambolina di porcellana seduta in un angolo. 
Ma soprattutto, una soddisfazione personale: Samantha Barks, la stessa Eponine del musical, che io adoro e che si è fatta decisamente valere!
(On my Own - Samantha Barks)
In totale, forse due ore e quaranta possono essere un po' lunghe da guardare e molti pezzi riservati a canzoni lente possono fare calare l'attenzione, ma non importa, perché tutto il film vale decisamente la pena. Vale la pena soffermarsi sui pezzi più "soft" per poi mettersi a cantare Master of the house, One Day More e naturalmente Do you hear the people sing, che dopo ieri sera io sicuramente non smetterò di canticchiare per un bel pezzo!
(One Day More cantata dal cast del film)